Vita quotidiana al tempo del coronavirus (XXXII)

Giovedì 26 marzo

Oggi è il giorno della spesa; esco per tempo e riesco anche a far benzina, ero ormai quasi a secco e dato che ieri si ventilavano scioperi dei benzinai quantomai inopportuni, ho provveduto. La pompa dove vado di solito è chiusa, la gerente ha deciso di lasciare in funzione solo il self service con la macchinetta. In questo invece c’è il self service ma si paga dentro, mantenendo la distanza di sicurezza. Alle 8:35 sono davanti alla Coop, e ci sono già dieci persone davanti a me in attesa di poter entrare. Gli ingressi sono scaglionati, all’inizio ne sono entrati una decina e adesso ne entrano due-tre alla volta. Nel giro di dieci minuti comunque entro, con la mia bella lista che stavolta non ho lasciato a casa, ed in breve tempo evado tutto l’ordine. Avrei voglia di girare a prendere qualche sfiziosità, ma non è aria per stare a ciondolare; testa bassa e pedalare. Non c’è la farina! O meglio, mancano sia la farina 0 che quella 00: possibile che si siano tutti messi a far dolci? Mannaggia, questa settimana niente torta, mi sa… da lontano intravedo una signora, di solito una chiacchierona; stavolta un cenno frettoloso della testa e via, con diffidenza… quanto ci metteremo a recuperare rapporti normali?

Quando facciamo la spesa prendiamo sempre dell’acqua minerale e del latte per una nostra amica, una donna nigeriana di una cinquantina di anni che avrebbe da raccontare storie da riempire dieci libri: basti pensare che ha attraversato il deserto a piedi tre volte, è stata in Svezia, Svizzera e Germania, analfabeta (ma parla tre lingue), gran lavoratrice: tutti i giorni che manda Dio , con la pioggia o il sole, prende il suo motorino per andare in fabbrica a dieci chilometri da casa; l’anno scorso il suo figlio prediletto di venticinque anni, che viveva con lei, è morto così, all’improvviso, mentre era al lavoro, e non se ne è scoperto il motivo nemmeno con l’autopsia… prima andava a far spesa con lui, ma da quando non c’è più la roba più ingombrante gliela prendiamo noi. E’ una donna piena di vita, ma ogni tanto il dolore affiora e la strazia; il distanziamento sociale per lei è una tortura, perchè in certi momenti non c’è niente di meglio di un abbraccio per alleviare la sofferenza… mi chiama Zio, un grande onore per me.

Son qui lavoricchiando, con la radio mi fa compagnia ma mi distrae anche… Vecchioni, El Bandolero Stanco… Charles Aznavour, L’istrione… e Renato Zero, Non cancellate il mio mondo…  e passerà, mi dico, parafrasando Tenco, forse non sarà domani, ma vedrai che passerà…

“O papà, se devi cantare mettiti al balcone che almeno fai il flashmob!” Mi urla ridendo mio figlio dalla sua stanza. Devo avere un po’ esagerato con il volume; ma se continua ancora per molto questo sarà ancora niente, aspetta che ritiro fuori il basso elettrico…

A domani a voi tutti, cercate di stare bene, perché in un modo o in un altro finirà…

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23 pensieri su “Vita quotidiana al tempo del coronavirus (XXXII)

  1. beh credo che certe persone come quella vostra amica nigeriana abbiano da insegnare parecchio su come affrontare le difficoltà e i cambiamenti senza lagnarsi troppo. Mi metto spesso nei loro panni e al di là dei luoghi comuni ci sono brave persone con un’umanità straordinaria. Buona giornata a te ( se ti può consolare nel piccolo supermercato in cui faccio spesa mancano diverse cose, ma non mi viene lo stimolo di andare negli ipermercati più grandi, perchè si devono fare code anche di un’ora aspettando il turno di entrata)

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    • Qua i piccoli negozi sono quasi spariti… i supermercati li hanno ammazzati tutti. Resistono solo i minimarket dei turchi, cingalesi, africani… io vado presto così di coda ne faccio poca. Certo che non mi aspettavo che la gente facesse incetta di farina! Sicuramente la mia amica, come tanti venuti in Italia o altrove per avere una vita migliore, hanno una capacità di sopportazione molto più alta della nostra, ed anche una visione diversa dei problemi… distinguono meglio i veri problemi dalle paturnie. Questo è un momento brutto non solo per la socialità, ma anche perché tante di queste persone si arrangiano facendo dei lavoretti (non la mia amica, lei ha già dato.. adesso è orgogliosamente in regola!) e ora che non possono fare nemmeno quelli, è davvero dura…

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  2. Sbuccia, sbuccia, lei, la signora… col crocefisso in posizione strategica… capito vero? Visto subito, già. Perchè “Tanto va l’occhio al lardo fin che ci lascia lo zampino”. O forse il proverbio non era proprio così.
    La storia della nigeriana è molto bella, e condivido i commenti tuoi a seguire.
    Spesa settimanale al super, ogni settimana la coda aumenta. Non so. Il numero degli abitanti del quartiere dovrebbeessere sempre lo stesso, da dove viene quesi’incremento esponenziale. Quando il super l’ho lasciato la coda era da incubo, invece di restringerli gli orari forse dovrebbe dilatarli. C’è poi il mistero dei banchi con certi articoli (tipo ciabatte piuttosto che biro e cancelleria) di cui è vietato l’acquisto. È per proteggere i cartolai chiusi d’obbligo? Dovrò ricorrere al mercato delle biro? O al contrabbandiere all’angolo che sussurra: “Risme”?

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    • Veronica Ciccone è una vera massaia, cucina piatti semplici ma saporiti… oggi andavo così di corsa che nemmeno mi sono accorto degli scaffali blindati, evidentemente la cancelleria non è reputata un bene necessario… 😦 in pratica uno deve comprare solo roba da mangiare o al massimo il giornale. Non mi raccapezzo che possa mancare la farina, com’è possibile? Tutto il resto abbonda, compresa la carta igienica…

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      • Non mi risulta che al mio super manchi la farina. Anzi, mai visti gli scaffali così traboccanti, nemmeno prima dello tsunami.
        Questa della farina, riflette evidentemente usi e costumi locali.
        Non a caso una figura di riferimento, ad esempio, è la “Massaia di Voghera”. Mica la “Massaia di San Siro”.

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