Vita quotidiana al tempo del coronavirus (III)

Mercoledì 26 febbraio

La pacchia sta finendo, sul treno ed in metropolitana c’è più gente anche se, in mancanza degli studenti, c’è abbondanza di posti liberi; Trenord non ha ancora pulito e igienizzato le carrozze, confida nella abitudine dei pendolari a confrontarsi con ogni tipo di batterio e virus. Se è per quello anche nel mio comune non ho visto passare autobotti di disinfettante per spruzzare almeno i marciapiedi, ma del resto nella piazza del quartiere dove abito c’è un sottopassaggio dove la pulizia viene fatta una sola volta a settimana ed è un vero immondezzaio.

Nel tragitto casa-stazione passo davanti ad un negozio di massaggi cinese, incredibilmente chiuso: allora è davvero allarme!
Aspettando il treno incontro un amico salvadoregno, parrucchiere (la cosa buffa è che lavora per una catena che si fa vanto di essere italiana al 100% e che applica ritmi e prezzi cinesi). Mi dice che lavorano con guanti e mascherine e, come misura precauzionale, tengono aperta la porta di ingresso ed una finestra dall’altro lato, per fare corrente d’aria. Così i clienti non si ammaleranno di coronavirus, ma un raffreddore non glielo toglie nessuno.

Al lavoro oggi nello stanzone siamo il doppio di ieri. Un gruppo di men in black (dipendenti della famosa multinazionale che tiene molto al fatto il suo personale indossi vestiti neri) si è ripresentato perché da casa, dicono, non riuscivano a lavorare, la linea era troppo lenta. Sono arrivati con calma, per la verità, ma loro sono fatti così: è inutile arrivare presto quando poi devono rimanere fino a tardi la sera solo per far vedere ai loro capi che lavorano tanto. Io preferisco arrivare presto e andar via presto, ma non ho più ambizioni di carriera, e poi non mi vesto di nero…

A proposito di nero, oggi sarebbe mercoledì delle Ceneri; le messe sono precluse alla presenza dei fedeli ed anche i funerali in Chiesa sono riservati ai parenti stretti. Un tempo si sarebbero fatte processioni per chiedere l’intercessione di qualche santo contro il diffondersi del male, oggi evidentemente non si sa più a che santo votarsi e si chiudono pure le Chiese.

Decidiamo di sfidare la sorte e andiamo nel vicino centro commerciale, per renderci conto della situazione.
C’è un decimo della gente presente normalmente, i negozi sono però tutti aperti lo stesso, compreso il take away cinese che visitiamo settimanalmente. I tavolini all’esterno, di solito zeppi, sono semivuoti; ci fermiamo impavidi proprio lì e parliamo con la ragazza alla cassa (credo sia la direttrice perché comanda i suoi connazionali a bacchetta) e le chiediamo che ne pensa: che deve dire, spera come tutti che passi presto; in Cina la situazione sta migliorando, dice, e ci dà un’informazione allarmante ma che forse è una fake news, e cioè che un nostro collega in Garibaldi è stato trovato positivo. Indagheremo.

Già che ci siamo entriamo nel supermercato: tranquilli, di pasta, pane e carta igienica ce n’è a bizzeffe. L’Amuchina non l’abbiamo vista, l’alcool è quasi finito, in compenso sono avanzate parecchie chiacchiere e tortelli di Carnevale, ma si sa che il carnevale ambrosiano dura di più… mi fa un po’ specie che alle cassiere del supermercato non sia stata data almeno una mascherina, possibile che la Coop abbia trovato un vaccino e noi non ne sappiamo niente?

Al ritorno al lavoro alla reception vediamo uscire uno al quale stanno misurando la febbre con quel termometro che sembra una pistola e che si avvicina alla fronte. Ci guardiamo: l’avrà chiesto lui? E avrà la febbre? Ad ogni modo, meglio stargli alla larga.

Ed anche per oggi pare che l’abbiamo sfangata; il poco fotogenico governatore della Lombardia ieri ha detto che si tratta di un’influenza un po’ più forte, quello che qualche virologo diceva da qualche settimana; comunque, per non saper ne leggere ne scrivere, io la mano non la do a nessuno.

A domani!

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29 pensieri su “Vita quotidiana al tempo del coronavirus (III)

    • Di carattere anch’io, del resto sono marchigiano; del resto ne succedono tante… l’altro giorno uno sanissimo è andato a fare footing all’ora di pranzo e ci ha lasciato le penne, infarto, a soli 49 anni… hai voglia a mettere mascherine quando è arrivata l’ora…

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      • … e quell ora arriva puntuale a volte in anticipo 😁
        Adesso dico seriamente Che sono basita da tutto questo marasma di informazioni ansiogene.
        Non saprei dire negli ultimi 20 anni ma ricordo che mio figlio con le malattie tipo morbillo scarlattina orecchioni è stato comunque a casa 15 giorni e c’è voluto tanto di certificato del medico scolastico.

        Non so cosa sia successo in Cina.
        Come dici tu penso che da noi sì ho una brutta influenza ho comunque senz’altro un virus dal quale salvaguardare Come si fa sempre questi casi le persone più deboli.

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  1. Io faccio parte dei lavoratori milanesi in smart working volontario (chiamato così solo per motivi sindacali, è obbligatorio solo per i 4 colleghi in quarantena). Non vedo l’ora di tornare in ufficio, ma penso che prorogheranno la misura straordinaria anche per la settimana prossima… altrimenti perché domani mattina, nel comitato di crisi, dovrebbero parlare delle nostre apparecchiature che non funzionano? Come i vostri men in black, la connessione da casa è lenta (ma non troppo, di solito viaggia sui 15 Mb in upload e 17 in download), il problema è la continua perdita di rete che non fa funzionare il telefono, disperatamente deviato sul cellulare personale.

    Sabato sera ho deciso che andrò con un’amica a mangiare una pizza in un posto dove di solito devi prenotare mesi prima per avere un tavolo. Andiamo senza prenotare.

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