Ferragosto con Olena (XVII)

«Animali che non siete altro, avete portato la suora a casa mia? In modo che la polizia possa collegare a me tutta questa faccenda? Voi siete dei pazzi, dovrei spararvi seduta stante e sciogliervi nell’acido! Vi ha visto qualcuno arrivare fin qua?» chiede il russo, esasperato.
«Nessuno, capo…» risponde Ivan, a testa bassa «siamo andati direttamente nel parcheggio sotterraneo, e da lì abbiamo preso l’ascensore»
«Il parcheggio…» pensa il capo, ripromettendosi di cancellare le registrazioni delle telecamere di sicurezza. Prende un grosso respiro, resistendo all’impulso di far fuori su due piedi i suoi scagnozzi, e poi ordina:
«Adesso voi due, idioti, statemi bene a sentire e fate esattamente quello che vi dico. Tu, Petr, raduna immediatamente la squadra, andiamo al convento»
«La squadra?» chiede Petr preoccupato. «Tutti quanti? Ma signore, sono solo delle suore!»
«Non discutere i miei ordini!» urla il russo alzandosi in piedi e sbattendo le mani sulla scrivania. «Non voglio sorprese, hai capito? Deve essere un lavoro pulito, non dobbiamo lasciare niente al caso, sorvegliare le entrate, bonificare l’area, e alla fine niente testimoni, è chiaro adesso? Quel maledetto mi ha preso in giro, ma adesso la pagherà cara! Muoversi, scattare! E tu invece…» dice rivolto a Ivan
«Fai sparire la vecchia. Non voglio sapere come, non voglio sapere dove, ma deve sparire!»
«Ma capo, ehm, signore, devo farlo qui? Proprio qui?» chiede Ivan guardandosi intorno.
Il loro datore di lavoro alza gli occhi al cielo.
«Parola mia, non posso crederci. Allora, ti dico per filo e per segno quello che devi fare: prendi la vecchia, la porti in garage, la metti nel portabagagli, poi vai in un posto disabitato, le spari e le dai fuoco. Ci vuole tanto?»
«Ah, ecco. Così è chiaro» conclude Ivan. Poi un dubbio gli attraversa la mente:
«Ehm, e con Ljudmila che dobbiamo fare, capo… signore?»
«Ljudmila? Che c’entra Ljudmila, adesso?» ringhia il capo.
«Ljudmila l’ha vista, signore…» si giustifica Ivan.
Il russo fissa il suo sottoposto, indeciso se usare la Beretta che ha poggiato sul tavolo, poi decide per il momento di soprassedere. Scuotendo la testa, sospira: «Ljudmila… è laureata in astrofisica, da non credere, vero? E adesso per colpa di due deficienti dovrò far fuori anche lei…» poi riprendendo il suo tono autoritario chiama:
«Ljudmila!»
Dopo pochi secondi compare la ragazza.
«Si, zietto?» risponde la bielorussa cinguettando.
«Ljudmila vestiti, che devi accompagnare la vecchia suora nel bosco con questo mio amico»
«Con babbo natale?» chiede maliziosa la ragazza. «Ma certo zietto, devo vestirmi da Cappuccetto Rosso? »
«Non c’è bisogno, sarà una cosa veloce, Metti sopra una maglietta e vai»
«Come vuoi tu, zietto» risponde Ljudmila, corrucciata per non poter dare sfoggio ad una delle sue mise.

Il vescovo Ardizzone varca finalmente la soglia della cantina magnificatagli dall’amico abate, e trova ciò che vede buono e giusto. Decine di botti perfettamente allineate seguite da una sfilza di bottiglie messe ad invecchiare: il paradiso!.
«Visto superiora, ci voleva tanto?» dice a suor Matilda con aria soddisfatta. Le suore, sorprese, si scambiano uno sguardo interrogativo.
«Dove diavolo sono finiti tutti?» chiede sottovoce suor Matilda a suor Emerenziana, mentre l’assistente del vescovo inizia a controllare l’inventario.
Un luccichio in un angolo attrae l’attenzione del Vescovo. Si china a raccogliere l’oggetto e se lo passa davanti agli occhi, sorpreso:
«E questo che ci fa qui?» mostrando alle suore il bossolo di un proiettile calibro 9.
«Porca miseria non li avrà mica davvero infilati nelle botti» pensa tra sé suor Matilda, che tuttavia recupera immediatamente il sangue freddo e risponde al suo superiore:
«Oh, questo? Non ci faccia caso, Eccellenza, ogni tanto ne salta fuori qualcuno. Sa, qui durante la guerra sono passati i tedeschi, battaglie scaramucce attacchi ritirate, capisce? Ogni tanto esce fuori un vecchio bossolo. Dia qua, ci penso io» e così dicendo toglie di mano il bossolo al Vescovo e se lo mette in tasca.
Il Vescovo, sconcertato, risponde:
«Lo tenga pure suor Matilda, ma siete sicura che questi siano gli unici reperti bellici, avete controllato bene? Non vorrei che ci fossero in giro anche armi o bombe inesplose o qualche altra diavoleria. Forse è meglio chiamare i carabinieri a controllare, loro hanno gli strumenti adatti, i cani…»
«Ma no eccellenza, perché disturbare le forze dell’ordine, che hanno già tanto da fare? Probabilmente questo era conficcato nel muro, e qualche assestamento l’avrà fatto cadere…»
«Assestamento dice?» si chiede dubitativo Ardizzone. «Si, può essere.» poi pensando alla Zuppa Imperiale, richiama l’assistente:
«Don Martino, qui allora abbiamo finito, giusto? Direi di passare alle celle, adesso» e prima che l’assistente possa protestare si avvia verso l’uscita.
In quel momento il silenzio è rotto dal suono anacronistico di una sirena antiaerea. Le due suore si guardano strabuzzando gli occhi ed a suor Emerenziana scappa un «Ca…volo, il segnale…»
Il Vescovo, frastornato, chiede:
«Che cos’è questo pandemonio suor Matilda? Che vuol dire tutto questo?»
«Niente di cui preoccuparsi, Eccellenza, è la suora vivandiera che avvisa che il pranzo è pronto. Vogliamo appropinquarci? Magari le celle le visiterete più tardi» improvvisa suor Matilda.
«Si, andiamo, andiamo, ma faccia cessare questo fracasso!» ordina il Vescovo.
«Subito, Eccellenza, faccio strada, con permesso». La Superiora si avvia per le scale seguita da suor Emerenziana e prima che il Vescovo e don Martino escano dalla cantina quest’ultima, con una manata, chiude la pesante porta.
Il Vescovo, superato il primo momento di stupore, urla con il suo vocione: «Suor Matilda! Che scherzi sono questi, aprite immediatamente questa porta!»
«Mi scusi Eccellenza, è stata una corrente d’aria, apro subito» risponde suor Matilda, poi armeggia con la chiave finché non si sente un “tac” sospetto.
«Suor Matilda, ci tiri fuori di qua, ho detto!»
«Sono mortificata, Eccellenza, ma la chiave si è spezzata nella serratura… dovremo far intervenire un fabbro, andiamo immediatamente a chiamarlo…» e sale verso il piano superiore, lasciando il Vescovo esterrefatto a declamare una sfilza di improperi in latino.

Miguel, Paio Pignola, il pappagallo Flettàx ed il camionista ceco Pavel Zatopek stanno percorrendo la litoranea verso Capalbio dove il camionista deve consegnare, per conto della ditta Svoboda, una partita di liquore Becherovka molto amato dai frequentatori di quelle spiagge.
L’autotrasportatore osserva con interesse le lunghe gambe di Paio che sbucano dalla succinta minigonna, cercando di capire il legame tra la stangona mulatta ed il frivolo accompagnatore. I due infatti, da quando li ha fatti salire perché il loro camioncino della lavanderia era in panne, non hanno fatto che litigare e l’autotrasportatore considera se tra i due litiganti non ci sia modo di godere. Peccato che la lingua non gli consenta di capire quello che i due si dicono, altrimenti avrebbe sentito i due insolentirsi:
«Miguel, ora mi sono ricordata perché ti avevo lasciato. Sei un deficiente, e non solo dal punto di vista fisico» dice Paio, squadrandolo in maniera poco lusinghiera, e continua: «Perché non hai fatto il pieno, si può sapere?»
«Mia querida,» risponde i l giardiniere «siamo partiti così in fretta che ho dimenticato tutto, e tra l’altro ho lasciato a casa anche il portafoglio con soldi e patente.» Poi, notando gli sguardi del camionista, suggerisce: «Però vorrei chiederti, mia querida, di non sventolare così il gonnellino, altrimenti l’autista potrebbe insospettirsi»
«Ma che stai dicendo?» insorge la cubana. «Io sventolo quanto mi pare e piace! Non ho niente da nascondere, io!» dimenticando forse il particolare non proprio secondario di non essersi ancora sottoposta all’operazione di cambiamento di sesso.
Pavel comunque non sospetta niente, è solo leggermente confuso, quasi affascinato, dai lunghi piedi della mulatta, 44 o giù di lì, ed ogni tanto con la scusa di cambiare marcia allunga le mani verso le cosce muscolose della salsera.
Miguel osserva mortificato i maneggi del ceco ed i sorrisetti che Paio gli lancia di traverso: il suo sangue ribolle, ma essendo sprovvisto di documento di guida è costretto a sopportare.
«Cornuto!» gracchia Flettàx, con tutto il tatto di cui dispone un Ara Macao padano.

«James caro, il tuo outfit da cappellano militare è perfettamente azzeccato. Mi ricordi Henry Fonda in “C’era una volta il West” ma con molti più bottoni. E’ vero che i bottoni non sono comodissimi in caso di necessità urgente, ma l’insieme è molto elegante. »
«La ringrazio signora, l’ho trovato nella sagrestia e per combinazione è proprio della mia misura. Anche il suo abito è appropriato, se posso esprimere la mia opinione» dice il maggiordomo, ammirando la tuta mimetica in sfumature autunnali della Calva Tettuta, completata da un paio di stivali con la zeppa di Vivienne Westwood.
«Grazie James, temevo che fosse troppo quaresimale» poi si guarda intorno con circospezione e cambia discorso:
«Senti James, volevo chiederti una cosa»
«Dica signora, se posso essere d’aiuto»
«Ma questa cosa» e così dicendo si guarda intorno indicando il convento «non sarà un tantino al di sopra delle nostre possibilità? Voglio dire, le suore in quanto a preparazione militare lasciano un po’ a desiderare. Tra l’altro tendono ad empatizzare con il nemico, ama il prossimo tuo, porgi l’altra guancia non so se mi spiego, forse era meglio chiamare dei professionisti»
«Natascia è stata scrupolosa nella preparazione, signora, non dovrebbero esserci intoppi»
«Si James, ma Natascia è Natascia… ad esempio, prendiamo te, James. Sei un ottimo maggiordomo, direi anzi perfetto, ed in più di una occasione hai mostrato di avere coraggio da vendere, ma sei addestrato per queste evenienze? Voglio dire, hai un curriculum vitae adeguato?»
James annuisce con modestia.
«In effetti signora mi rendo conto di aver omesso una piccola parte del mio excursus professionale, un periodo che ho ritenuto non significativo rispetto alle mansioni da svolgere»
«Ah davvero James? E quale sarebbe questo excursus su cui hai, diciamo, sorvolato?» chiede Gilda con una punta di rimprovero.
«Ecco, signora, ho svolto il servizio militare come guardiamarina. Diciotto mesi di ferma, addestramento alla navigazione ed agli armamenti, mesi passati a battere il mare in lungo e largo» rimembra il maggiordomo sognante.
«Guardiamarina? James, tu non finisci mai di stupirmi. Per la divisa bianca, vero? Elegante, non c’è che dire. Tuttavia James vorrei farti notare un piccolo particolare che forse ti è sfuggito»
«Davvero, signora? E quale?»
«Non vedo acqua qua intorno, James. Potrebbe essere difficoltoso veleggiare.»
«Oh, senza dubbio signora, ma volevo solo dire che la disciplina militare non mi è sconosciuta»
«Ottimo allora, mi sento più serena, e ad ogni modo tra poco vedremo come andrà a finire. Prendi comunque questo biglietto, è il numero della Delta Force Rana, in questo momento quei ragazzotti si trovano in Arabia Saudita per indagare sullo strano caso di giornalisti scomodi usati come ripieno per tortellini, ma in un paio di orette possono essere qua operativi»
«Davvero tranquillizzante, signora. A proposito di arabi, preparerei un caffè con una miscela fifty-fifty, la gradisce?»
«Grazie James, sei un tesoro»

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10 pensieri su “Ferragosto con Olena (XVII)

  1. uuuuh! quanta roba… e quanto ridere!!!
    per un attimo ho visto la Ludmjlla vestita da cappuccetto rosso… rosso Valentino, naturalmente, vero?
    Quegli stivali in foto sono in-guar-da-bi-li ahahahahahahahah!!!! E poi scusa, ma con cosa si possono abbinare?
    Paio e Miguel… mitici! eheheheheh!!!!

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