Ferragosto con Olena (XVI)

«Eccellenza, non vorrebbe iniziare l’ispezione dalle cucine? La nostra suor Germana sta preparando la zuppa imperiale, ci farà l’onore di restare a pranzo con noi?» chiede suor Matilda, cercando di prendere tempo. Il Vescovo Aliprando, tutt’altro che insensibile alle tentazioni culinarie, sentendo attivarsi la salivazione, si informa con finta indifferenza:
«Zuppa Imperiale? Con il brodo di carne, intendete?»
«Certamente, eccellenza» risponde la Superiora «secondo la ricetta originale della Vecchia Scuola Bolognese» lanciando un sorrisetto speranzoso alle altre suore.
Il vescovo si rischiara la gola, propenso ad accettare immediatamente l’invito, ma un’occhiata del segretario lo richiama agli obblighi della sua funzione.
«Ebbene, cara suor Matilda, dite pure alla cuoca di aggiungere un posto a tavola… ma prima il dovere, su, fatemi strada verso le cantine»
«Non vorreste magari cominciare dalle celle delle suore?» propone speranzosa la suora.
«Suor Matilda, per la miseria!» intima il Vescovo con il suo vocione «se ho detto cantine sono cantine, su, non fatemi perdere tempo! Sembra quasi che non vogliate farmele vedere, le vostre cantine! Ah, ah, non ci avrete mica nascosto qualche scheletro?» chiede Ardizzone scherzando, non cogliendo gli sguardi preoccupati delle monache. Suor Matilda cede:
«Come vuole Eccellenza, lo dicevo solo perché nelle cantine c’è fresco, e non vorrei… come non detto, le faccio strada. Suor Emerenziana, potete accompagnarci per favore?» chiede la badessa, pensando che un paio di mani abituate a distribuire sberloni possano essere utili.
L’anziana suora alza gli occhi al cielo ed annuisce, seguendo i due per le scale che portano al piano inferiore, non mancando di farsi un segno della croce rivolgendo un appello al Beato Turoldo.

Nell’ampia sala dell’attico di un elegante palazzo in stile Liberty in viale Tiziano, nel quartiere Flaminio a Roma, un uomo seduto ad una scrivania su una poltrona in pelle del costo superiore al minimo Isee necessario ad ottenere il reddito di cittadinanza, scuote la testa e la cenere del sigaro Davidoff Nicaragua Toro che stringe tra le dita. Con una smorfia di disappunto si rivolge alla ragazza presente nella stanza, che solo un occhio poco allenato potrebbe scambiare per la sua segretaria.
«Ljudmila, portaci una bottiglia di vodka, e poi vai di la a pitturarti le unghie» le ordina l’uomo.
Ljudmila Attikova, ventottenne bielorussa, stiracchia il suo metro e ottanta di sensualità e si alza dal divano dove, in shirt e reggiseno, stava distesa sfogliando l’ultimo numero dell’edizione russa di Vogue.
«Subito, zietto» mormora con voce roca all’orecchio dell’uomo, e si avvia ondeggiando verso la cucina dove si trova il capiente frigobar.
«E ti ho detto di non chiamarmi zietto» le grida dietro l’uomo seduto alla scrivania, scuotendo ancora la testa.
«Come vuoi, zietto» risponde la bellezza, con un sorrisetto impertinente.

L’uomo alza lo sguardo verso le due persone in piedi dall’altra parte della scrivania, incredulo.
«Si può sapere che vi è successo, deficienti? E il vostro compare, dove lo avete lasciato?»
Ivan Kozlov e Petr Prostakov, l’uno con una mano fasciata e l’altro con un vistoso cerotto sul naso ed entrambi gli occhi neri, in piedi a capo chino, con le mani dietro la schiena, si scambiano un’occhiata preoccupata.
«Abbiamo avuto un incidente stradale…Victor è all’ospedale» cerca di giustificarsi Ivan.
«Degli idioti, siete degli idioti!» urla l’uomo. «E cos’è che vi siete messi, perché diavolo vi siete vestiti da Santa Klaus? E’ una tua idea, vero caporale?»
Ljudmila rientra, reggendo un vassoio con sopra una bottiglia di Pertsovka ghiacciata e tre bicchieri, lo poggia sulla scrivania, e dopo aver lanciato uno sguardo malizioso ai due ospiti commenta:
«Carini i tuoi amici, quest’anno il rosso va molto di moda» ed ancheggiando lascia la stanza, spargendo dietro di sé una scia di Black Opium e feromoni.

Ivan deglutisce e continua:
«Ecco, boss, siamo stati al convento come voi ci avete ordinato, ma…»
L’uomo sbatte il palmo della mano che non regge il sigaro sul tavolo e urla:
«Ma? Che significa, ma? Non tollero ma! Vi ho affidato un compito, l’avete portato a termine, si o no? Non voglio sentire scuse, e non ammetto fallimenti, mi conoscete! E chiamami signore, che boss sa di mafioso! Ti sembro un mafioso, io? Io sono un uomo di affari!»
Petr, al quale sotto al costume il sudore ha cominciato a scorrere lungo la schiena, viene in aiuto del suo compagno:
«Signore, è andata così… ci siamo presentati al convento, fingendo di essere incaricati del gas… »
«Del gas? Vestiti in quel modo?» chiede sospettoso il capo.
«Ehm, abbiamo detto che c’era una promozione speciale, le suore ci hanno fatto entrare senza sospettare niente. Molto simpatiche le suore, ci hanno anche firmato un contratto»
L’uomo d’affari, non soddisfatto dalla piega del colloquio, estrae dal cassetto una Beretta APX Combat, con la quale inizia a giocherellare. Capita l’antifona, Ivan decide di vuotare il sacco:
«Signore, abbiamo dovuto torchiare un po’ le suore…»
«Oh, adesso si ragiona. Continua, su!» lo invita l’uomo col sigaro, con un cenno di approvazione.
«Non volevano parlare, ossi duri… così abbiamo dovuto sparare alla più vecchia»
«Danni collaterali, vai avanti»
«Così si sono ammorbidite… e abbiamo saputo che quello che ci avete mandati a cercare non c’è, ma tornerà questo fine settimana»
«Ottimo! E troverà una degna accoglienza…» sibila l’uomo. Poi un pensiero gli attraversa la mente , e chiede ai sui sottoposti:
«Vi siete assicurati che i testimoni non possano parlare?»
«Ecco, boss, ehm, signore… abbiamo pensato che far sparire tutte le suore sarebbe stato un po’ sospetto… allora abbiamo preso un ostaggio» dice Ivan, sperando la loro iniziativa sia gradita.
«Un ostaggio? Si, può essere una buona idea… e dove l’avete nascosto?»
Ivan e Petr si guardano, rendendosi conto di non aver considerato un piccolo particolare. Il capo poggia il sigaro sul portacenere, si alza lentamente dalla poltrona appoggiandosi alla scrivania e, fissando negli occhi i due babbi natale, li interroga:
«Non lo avrete mica portato…»

In cucina intanto Ljudmila ha stappato una bottiglia di Blanc de Blanc, ed ha riempito due calici. La sua ospite, una suora minuta dall’aspetto centenario, raschia la gola, solleva il calice ed osserva la fontanella di bollicine salire dal fondo, e con un cenno di approvazione dice:
«Grazie figliola, io veramente preferisco il Franciacorta, ma se non c’è di meglio…come hai detto che ti chiami, figliola?»
«Mio nome Ljudmila… e vostro nome, sorella?» chiede la ragazza, curiosa.
La suora sorride stringendo gli occhi e, prima di buttare giù il bicchiere di champagne tutto d’un fiato, risponde:
«Chiamami pure Pina. Nonna Pina»

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