Ferragosto con Olena (XV)

Nella cantina del convento, seduti sulla panchina alla quale sono legati, Ivan Kozlov e Victor Gusev si lanciano un’occhiata impaurita, scostandosi per quanto possibile dal loro amico Petr Prostakov che, con un sorrisetto beffardo dipinto sul volto, sta sostenendo lo sguardo di Olena che sembra aver perso per un attimo la consueta fermezza.
La russa è costretta a prendere un lungo respiro e poi, con calma gelida e battendosi lo scudiscio su uno stivale, si rivolge a Petr scandendo bene le parole:
«Che. Cosa. Hai. Detto?»
Petr, messa da parte la sua baldanza, deglutisce e cerca con la coda dell’occhio l’aiuto di Ivan e Victor, che a cenni gli suggeriscono di non continuare. Petr esita, ponderando i pro ed i contro di una ritrattazione parziale, quando Olena decide di dargli un aiutino assestandogli prima un pagnottone a mano aperta sull’orecchio sinistro facendolo lacrimare, e poi chiedendo gentilmente a Nonna Pina:
«Babushka, potete lasciarci soli un attimo, per favore?

«Gilda, ma sarà prudente lasciare suor Katiuscia, ehm, cioè, la tua ragazzona, da sola con quei brutti ceffi?» chiede una preoccupata suor Matilda, seduta alla grande scrivania del suo studio, alla vecchia amica.
«Non preoccuparti Marisa, l’ho vista con i miei occhi suonare un fottìo di cinesi come zampogne, figurati se le mettono pensiero tre babbi natale. Spero solo che non decida di buttare quei tizi dentro una delle tue botti, mi dispiacerebbe far andare a male del vino così buono.»
«Nelle botti? O Signore benedetto» – commenta la Superiora – «Speriamo almeno che li infili in quelle in fondo al corridoio, lì c’è l’aceto» conclude, facendosi il segno della croce.

La calma della discussione viene interrotta dall’improvvisa irruzione di Suor Burialda, la portinaia, seguita a ruota dalla giovane Suor Pulcheria.
«Superiora, Superiora! Non è colpa mia! Ci ho provato, ma non c’è stato niente da fare, non ce l’ho fatta a fermarli!» dice la suora, affannata e rossa in volto.
«Ma che dici Burialda, ma certo che non è colpa tua. Come potevi fermarli, erano pure armati! Preghiamo piuttosto il nostro Protettore, il Beato Turoldo Cesanese del Piglio, che le cose non siano andate peggio!»
«No reverenda madre, non dicìo de quilli» continua concitata la guardiana, passando al dialetto. «Non gliel’ho fatta a ‘vvisavve, issi non m’ha dato tempu, è ‘bboccati e …»
«Per la miseria Burialda ma che diamine stai dicendo, non capisco un accidente!» sbotta Suor Matilda.
«Suor Burialda voleva dire, reverenda Madre» interviene Suor Pulcheria dal di sotto dei suoi baffetti, «che è arrivato il…»

«Sua Eccellenza il Vescovo!» annuncia suor Emerenziana, affacciandosi sulla soglia dello studio con l’espressione di chi pensa: “E mo’ sono tutti cavoli nostri”, e mettendosi poi di lato alla porta per godersi la scena.
Suor Matilda sgrana gli occhi, impietrita, ma riprende subito il controllo, si alza dalla scrivania e indossato il miglior sorriso d’ordinanza avanza di tre passi verso il Vescovo. Infine, prima di inginocchiarsi a baciare l’anello cinguetta:
«Vescovo Ardizzone, ma che sorpresa! Qual buon vento la porta da queste parti?» lanciando a Gilda un’occhiata che equivale ad un SOS.
Ardizzone Lambruschini, vescovo di Ladispoli e dintorni, è un omone sanguigno di una sessantina d’anni, con una gran barba, una gran pancia ed una voce tonante con la quale fa tremare le vetrate della cattedrale durante le omelie appassionate nel corso delle quali non manca di invitare le pecorelle smarrite a contenersi, non indulgere ai vizi e soprattutto resistere ai piaceri della carne. E’ accompagnato dal suo segretario, don Martino Gattolin, un biondo veneto venticinquenne che attrae l’attenzione ammirata delle suore e della Calva Tettuta.
«Suor Matilda!» tuona il vescovo.
«Eccellenza?» chiede la Superiora fingendo stupore, prevedendo tempesta.
«Suor Matilda, sono contrariato con voi!» proclama il Pastore.
«Me ne dolgo, Eccellenza Reverendissima» dice Matilda, umilmente. «Posso sapere in che cosa ho mancato?»
«Suor Matilda, non prendetemi per il c… ehm, non mi prendete in giro, va bene? Dove siete sparita tutto questo tempo? Vi siete fatta negare al telefono per settimane, mi è toccato venire a trovarvi in incognito come Maometto alla montagna!» ma prima che la Superiora possa rispondere il suo Superiore continua: «No, no, lasci stare, non voglio saperlo. Quello che voglio che mi diciate, ora e subito, è che tutto va bene e non ci saranno intoppi. Me lo assicurate?»
Suor Matilda resta un attimo interdetta, poi si azzarda a chiedere:
«Ehm, assicurarvi in merito a cosa, eccellenza?»
Il vescovo sembra prendere lo slancio prima di eruttare.
«Come di cosa dovete assicurarmi? Come vanno i preparativi? Tra pochi giorni ci sarà la grande processione per l’anniversario della fondazione dell’Istituto, cinquecento anni, e voi che state facendo? Niente! Dove sono le pie donne? Dove sono gli uomini delle Confraternite che reggono le statue? Bisogna sistemare la chiesa, i fiori, tutto il percorso, prendere accordi con le autorità, ci dev’essere la banda! Verrà gente da tutta Italia, ed anche dal mondo! Gli ostelli, gli alloggi, li abbiamo sistemati? Siamo in ritardo, in ritardo! Ed inoltre quel vostro Santone che fine ha fatto?» e qui il vescovo coglie uno sguardo di disapprovazione del suo assistente « Si, si, lo so che non dovrei incoraggiare questa caz.. ehm, devozione popolare! Ma la gente ci è affezionata, che diamine! No, cara suor Matilda, non ci siamo, non ci siamo proprio! »
«Ecco, Eccellenza, lasciate che…» inizia a parlare suor Matilda, subito interrotta da una voce amica.

«Eccellenza, permettete che le spieghi io, invece» dice Gilda, decisa, abbrancando la mano del vescovo e baciandogli l’anello, estraendo inavvertitamente la puntina della lingua.
Ardizzone ritrae la mano sorpreso, e chiede a suor Matilda:
«Ehm… chi è questa signora, una parrocchiana?»
«No, Eccellenza, non sono una parrocchiana… sono un’umile devota del beato Turacciolo»
«Turoldo» corregge il segretario, beccandosi un’immediata occhiataccia di Gilda.
«Turoldo, Turoldo» continua Gilda. «Sono la vedova del cavaliere Rana, l’avrete sentito… tortellini, ravioli…»
«”Quel” cavaliere Rana?» chiede il Vescovo, comprendendo che la faccenda si stia facendo interessante.
«Proprio lui, Eccellenza» conferma Gilda con un movimento del capo, riuscendo a farsi scappare persino una lacrimuccia.
«Voglia accettare le mie condoglianze, signora» dice il vescovo, facendo cenno al segretario di porgere a Gilda un fazzoletto.
«Grazie, eccellenza» dice Gilda, tenendo un secondo di troppo la mano del segretario tra le sue, e lanciandogli da dietro al fazzoletto un lampo di malizia che lo fa arrossire.
«Sono qui per adempiere alle ultime volontà del mio povero Evaristo, anche lui grande devoto del Beato Turac.. ehm Turoldo, che in punto di morte mi disse: “Gilda, cosa possiamo fare per quelle povere suore che dispensano bene per ogni dove? Mi vergogno di essere stato per tutta la vita così egoista mentre quelle suorine che non hanno mai visto un’estetista in vita loro”» e così dicendo squadra dall’alto in basso le suore «sono costrette a scavare nell’orto a mani nude per ricavarne il duro sostentamento della giornata. Si, questo era l’uomo che amavo, signori» e così dicendo, Gilda scoppia in un pianto dirotto.
«Oh, che animo nobile!» esclama il Vescovo, che si affretta ad abbracciare la sofferente, constatandone una consistenza ragguardevole.
«E dunque» continua Gilda, sciogliendosi dall’abbraccio «ci siamo detti: “Sai che c’è? Due soldarelli fanno comodo a tutti. Andiamo al convento e sentiamo i bisogni di quelle povere sventurate”. Ma purtroppo mio marito non ha fatto in tempo a vedere realizzato il suo sogno ed eccomi qua in sua vece, sola» calcando forse un po’ troppo l’ultima parola «Mi sono incontrata con la vostra Suor Matilda, una Santa!» esclama Gilda, incocciando lo sguardo divertito della vecchia amica «e l’ho pregata di mantenere il riserbo sui nostri incontri e sui preparativi. Capirà, Eccellenza» dice Gilda guardandosi intorno con circospezione «Questo è un paese pieno di Santi e Beati. Se si sparge la voce, hai voglia a far tortellini…»
«Certo, certo, Signora, capisco benissimo, e sono lieto che la Provvidenza vi abbia indirizzato a noi…»
«E dunque, Eccellenza» continua Gilda «tutto è bene quel che finisce bene, la buonanima è sepolta e noi siamo qua. Le assicuro che tutto sarà pronto per il momento opportuno, non deve preoccuparsi, ci penserà la ditta Rana a coprire le spese (tanto le scaricheremo dalle tasse). Però, Eccellenza, devo chiederle un favore» dice Gilda, avvicinandosi ed abbassando la voce.
«Dica pure, signora Rana, se posso…» dice il presule.
«Ecco… siccome noi non abbiamo grandi esperienze in materie canoniche… ci servirebbe, come dire, un aiutino…»
«Ma certo, capisco, ovviamente… metterò a disposizione tutto ciò che le serve…»
«Non potrebbe prestarci il suo segretario per qualche settimana?»
«Il mio segr… don Martino?» chiede il vescovo confuso.
«Ah, si chiama don Martino? Si, proprio lui» dice Gilda fissando il giovane come una gatta fissa un topolino di passaggio, leccandosi lievemente i baffi.
«Ma Eccellenza, io devo finire gli esami di Antropologia teologica, non posso… » prova ad obiettare il segretario.
«Don Martino, non mi rompere i… ehm, don Martino, gli esami possono aspettare. Dai una mano a queste brave suore, che un po’ di pratica non potrà farti che bene. Anzi, già che ci sei dai una mano anche nell’orto, ce l’avete una bella zappa per il mio collaboratore?» chiede il Vescovo, che poi si rivolge a suor Matilda.
«Suor Matilda, mi scuso se sono stato un po’… impetuoso. Voi avete fatto un ottimo lavoro e vedo che mi sono preoccupato per niente… ora, cara Superiora, già che sono qui procederei all’ispezione.»
«L’ispezione, Eccellenza? Adesso?» chiede la Suora, allarmata.
«Si, l’ispezione, l’ispezione, e insomma suor Matilda, non vorrete che torni apposta per l’ispezione? Già che sono qua, facciamo questa benedetta ispezione, suvvia. Vi dispiace accompagnarmi alle cantine?»
«Le cantine?» ripete suor Matilda, che presa alla sprovvista non riesce ad inventare una scusa plausibile.

In quel mentre un uomo elegante che indossa un clergyman firmato Girifalchi entra sorreggendo un vassoio con tazzine e caffettiera, con cioccolatini e biscottini di mandorla:
«Gradite un caffè, Eccellenza? Arrivato fresco fresco dalle missioni del Togo»

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