Natale con Olena (IX)

Olena è seduta sul bordo del letto della nonna Pina, la centenaria bisbetica alla quale funge da badante, e guarda sbalordita una sua foto in costume da ballerina da saloon, attorniata da entusiasti cowboys, e confronta la fresca bellezza ritratta nell’immagine con la mummia decrepita che ha davanti.
Suo malgrado le sfugge un commento ammirato:
«Voi stata biellissima, signuora Pina»
«Ah, ah, vero?» – risponde la nonna, con una punta di civetteria. – «Ah, ah, lo so che stai pensando: “Ma quanti anni avrà ‘sta vecchia se ha fatto la battona nei saloon?”, eh, dì la verità Natascia »
«Effettivamiente, signuora… » – sfugge ad Olena.
«Ma no, ma no, che pensi! Sono vecchia certo, anzi vecchissima, ma non così tanto… sono nata nel 1914! Centotré anni, Natascia mia… quante ne ho passate!»
«E questa fuoto, signuora? » – chiede una incuriosita Olena
«E’ una recita Natascia, una recita!» – dice la vecchia con sguardo sognante – «Ero un’attrice, cara mia, e mica un’attricetta eh! Una soubrette… questa è stata scattata nel ’35 al teatro Smeraldo, era venuto pure il Duce da Roma per vedermi… e mi ha fatto trovare nel camerino un mazzo di rose rosse. “Con ammirazione, Benito. A noi!” c’era scritto… che signore che era il Duce »
A quel punto Olena, temendo una tirata sui treni che arrivavano in orario, cambia discorso.
«Cosa succiesso? Come mai smesso recitare? » – ed è con un sospiro di rimpianto che la vecchia Pina risponde:
«Qualche anno dopo quella foto, ero in tournée con la compagnia quando conobbi Gervasio, che poi divenne mio marito… mi copriva di fiori, di regali, sai, aveva un piccolo pastificio, e soprattutto mi portava i suoi tortellini… che squisitezza Natascia, avresti dovuto sentire! C’era la guerra sai, e la fame era tanta, tante mie amiche si arrangiavano in altri modi, diventavano amanti dei gerarchi, ma io no, io sono sempre rimasta onesta… e così, quando Gervasio mi ha chiesto di sposarlo, gli ho detto di si. Ho lasciato il teatro, mi sono trasferita a Casalpusterlengo e l’ho aiutato nella sua attività »
«Ma che peccato, signuora Pina!»
«Ah, ah, ma no, che dici, ma che peccato! Siamo stati bene con Gervasio… abbiamo avuto quattro figli, sai? Mi faceva ridere tanto… inventava ripieni che faceva solo per me, per vedere la faccia che facevo… poi Gervasio è morto e Pulcherio, nostro figlio, ha preso in mano l’attività e l’ha ingrandita, ha messo in piedi la fabbrica, e io piano piano mi sono ritirata… e adesso è tutto in mano a suo figlio, mio nipote Evaristo, che ha fatto tutto… » – la vecchia fa un gesto con il braccio, ad indicare quello che c’è intorno, ma con una smorfia di disgusto sul volto – «… tutto questo. »
Olena coglie la sfumatura di disapprovazione nella voce rauca della centenaria, e le chiede:
«Voi non essere cuontenta, signuora Pina? Avere grande fabbrica, magnifica villa, bella vita…» – ma la nonna la ferma decisa:
«Ma che bella vita Natascia, me la chiami bella vita questa? Te la dico io la verità Natascia: mio nipote è pazzo!»
«Perché dire questo, signuora? Il signore pensa al bene della famiglia» – prova a difenderlo Olena
«Il signore, come dici tu, ha perso la testa! Una volta, cara Natascia, i nostri operai li conoscevamo tutti per nome: Gianni, Andrea, Gigi, e le mogli, Rosina, Ada, Peppa… e i figli… e a Natale si faceva festa tutti insieme! Adesso invece ci sono i robot, non ci sono più persone ma “forza lavoro”, con gli operai non si può più avere contatti, sono appestati! E che bisogno c’è di lavorare anche la domenica e le feste comandate, me lo dici tu Natascia? » – chiede la vecchia sorvolando sull’incongruenza di avere una badante che lavora giorno e notte ed in tutte le feste comandate. Olena si sorprende nel trovarsi in sintonia con la vecchia a cui ha nettato le natiche per due anni.

Il vecchio Po si rivolge al rattristato Svengard con queste parole di conforto:
«Glosso uomo del nold, fammi capile. Ti sei addolmentato con le blache calate? Allola te lo devo ploplio dire: sei un glande coglione! »
Svengard annuisce, ripensando a quel momento di cui non andava orgoglioso.
«Sebbene ti abbia avvisato, o Po, di non chiamarmi più glande, in questo caso ti do ragione. Tanto più che non è finita qua » – confessa Svengard, con l’aria di chi vuole liberarsi da un grave peso
«Ah no? Che altla stupidata hai combinato? » – chiede il comprensivo cinese, e Svengard riprende il suo racconto.
«Passarono degli anni, e dopo aver girovagato per il mondo fino a raggiungere persino il castello di Pitino, capitai in Brianza. Cercavo lavoro, e seppi di una fabbrica che cercava boscaioli per tagliare la legna che alimentava il fuoco di enormi caldaie. Il proprietario mi accolse come un fratello, mi affidò l’ascia di famiglia e mi diede poche raccomandazioni: “stai lontano dal fuoco”, “non disturbare i pigmei” e “non rompere le palle”, suggerimenti di cui feci sempre tesoro. Il padrone mi usava anche per vuotare gli enormi calderoni che contenevano delle sostanze strane, perennemente in ebollizione. Fu proprio mentre stavo spostando uno di quei pentoloni che udii la voce. “Caroooo! Sono qui! Qual è l’impasto che devo provare, stavolta?” All’udire la voce rimasi di sasso. Era possibile? Come in trance sentii il padrone rispondere: “Gilda cara, tira fuori la lingua. Moringa e bagna cauda, senti che roba”. La risposta mi tolse ogni dubbio: “Va vè Evaristucciu, ma dopo gliuchimo un pochetto a medicu e infermiera, eh?” . All’udire queste parole non ebbi più dubbi, mi girai e vidi la lingua della donna che amavo intingersi nel cucchiaio che il padrone le porgeva. Un velo mi offuscò la vista, barcollai e il  contenuto del calderone si rovesciò in testa alla mia Gilda.»
«Una glande sfoltuna!» – commentò Po, e Svengard non ebbe cuore di contestargli l’uso del glande.
«Puoi dirlo, saggio Po! La sostanza si appiccicò in testa a Gilda, che urlava di dolore, e non ci fu verso di togliergliela; ella perse tutti i suoi bellissimi capelli rossi. Dalla pena non ebbi mai più il coraggio di parlarle, avrei voluto andarmene ma non ce la feci, e rimasi a raccogliere i cocci del mio amore»
«O che glande poeta tu sei!» – gli dice Po con ammirazione – «Un po’ sfigato, ma glande » – insistendo forse un po’ troppo sull’ultima parola, e continua:
«Ascolta questo mandalino: pallale e falla finita. Anche pelché siamo allivati. Sono 15 euli, glazie»
Svengard scarica il barile dal risció, paga il vecchio Po e lo abbraccia, promettendo di seguire il suo consiglio.

Olena, con l’album di fotografie in mano, sente un prurito all’avambraccio destro. Conosce bene quella sensazione, fin da quando le è stato impiantato il chip di comunicazione e rilevamento. Si alza dal letto dicendo alla vecchia: «Solo un attimo, nonna» e va in bagno.
«Capitano Olena Smirnoff» – si presenta Olena eseguendo il saluto militare
«Capitano, è giunta l’ora di entrare in azione» – dice il colonnello Kutnezof – «sappiamo per certo che il nemico ha sviluppato un’arma potentissima, sfruttando come copertura i laboratori Rana, nel vostro settore»
«Gli ordini, colonnello?» – chiede professionalmente Olena
«Entrare con ogni mezzo e prelevare l’arma. Con questa ritroveremo la nostra grandezza! Faremo piazza pulita dei traditori, dei rinnegati, dei codardi che hanno voltato le spalle alla nostra gloriosa storia in cambio di un piatto di minestra, o di due fette di salame. Viva Marx! Viva Lenin! Viva la Federazione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche!»
La comunicazione è chiusa. Olena, sguardo di ghiaccio, ritorna nella camera della vecchia.
«Signuora Pina, mi dispiace, devo lasciare voi»
Nonna Pina la guarda e osserva lo sguardo limpido, deciso della russa. Si solleva leggermente, e annuendo dice: «Vai, vai, Natascia» – poi quasi sembrando presagire gli avvenimenti: «Che qualcuno deve fermarlo, quel matto. Sono una cosa mi serve, figlietta mia»
Commossa, Olena risponde: «Certo, signuora, cosa desidera?»
«La padella, Natascia, la padella»

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46 pensieri su “Natale con Olena (IX)

    • Ah, ah, Guido, dico la verità: no, o almeno non del tutto… avevo un’idea di massima della storia (specialmente della fine) ma in mezzo si sono inseriti via via personaggi rubacchiati qua e la e alcune parti sono state ampliate. Non è del tutto strano per me, di solito mi succede così anche per le commedie che scrivo per il gruppo teatrale di ragazzi che dirigo: parto da una storia, e poi a seconda degli attori cambiano anche i personaggi… 🙂 certo che più fronti si aprono e più è difficile collegarli, e c’è sempre il pericolo di dimenticarsi qualcosa o qualcuno… per Olena forse ho un pò esagerato.. 🙂

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  1. Mi sovviene un vecchio adagio norreno che, tradotto, fa più o meno così:
    Ma ‘ndo’ vai se la banana non ce l’hai?
    Ormai mi rasenti il gramelot, come solo i grandi sanno fare.
    Ma susciti domande, e mai dai le risposte (a parte il mistero della calvizie della calva).
    Attendo il finale con impazienza.

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  2. Chissà cosa avrebbe detto Ionesco ne vedersi svelato il segreto del perchè, la sua cantatrice calva, è diventata tale… Lasciamo perdere: ricca di colpi di scena esilaranti, questa pagina!
    Complimenti davvero, sto ancora cercando di rilassare il sorrisino da ebete che mi si è stampato in volto…

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    • Già, e’ sempre rimasto un mistero, quello… devo andare a rileggerla, non vorrei essere stato condizionato nell’inconscio. Gli eredi chiederanno i diritti per plagio? Vedo già i titoli di una causa Ionesco-giomag, come Albano vs. Michael Yackson. Me la vedo brutta!

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      • No, per niente: al di là della calvizie della signora, non ci sono altre analogie. E la cosa che la rende più unica che rara, è proprio il modo come c’è arrivata all’incipiente calvizie. Non capita tutti i giorni di fare la doccia con il ripieno destinato ai tortellini. Soprattutto: è impensabile che possa risultare così dannoso e devastante. Fino ad oggi avevo pensato che lo fosse solo per la pancia. Oggi debbo ricredermi… A parte gli scherzi: che ridere! Bravissimo…

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  3. Pingback: Niente sushi per Olena – 17 | L'uomo che avrebbe voluto essere grave

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