Natale con Olena (V)

«Non essere assurda Gilda, certo che ti amo» – protesta il cavaliere, piccato – «e adesso te lo dimostro: vieni qua, chiudi gli occhi e apri la bocca»
Gilda, avvezza ai ghiribizzi del marito, non si scompone più di tanto.
«Mi piaci quando sei prepotente. Faccio la pecorella, caro?»
«Non c’è bisogno, Gilda cara»
Il cavaliere intinge un cucchiaio dal lungo manico in una delle padelle poggiate sui fornelli della grande cucina del laboratorio. Ne estrae una sostanza scurognola che inserisce nella bocca socchiusa di Gilda, da cui fuoriesce una puntina di lingua, provocandole un brivido. Il cavaliere osserva Gilda ruminare la poltiglia.
«Bhè, che ne pensi?»
«Speravo qualcosa di meglio, Evaristo, la consistenza è inquietante. Di che si tratta, di preciso?»
«Cachi e pagliata, in Giappone andrà a ruba, metterò al lavoro il marketing per trovargli un nome»
«Lascia stare caro, il cachi allappa. Dallo ai pigmei»
«Accidenti, glielo avevo detto a Svengard che li aveva raccolti troppo acerbi! A proposito, dov’è finito quel somaro, non risponde nemmeno al corno tibetano»
«Sai com’è fatto Svengard, è un vichingo, veleggia. Proviamo a sentire James» –  e senza dar tempo al cavaliere di obiettare, alza la cornetta dell’interfono. Il tempo di squillare due volte, e risponde una voce baritonale:
«Pronto, casa Rana. Chi parla?» – il cavaliere alza gli occhi al cielo. Gilda prende il controllo della situazione.
«James caro, non c’è bisogno di essere così formali all’interfono»
«E’ l’abitudine, signora»
«Cerca di superare questo complesso, il signore si irrita. Hai per caso notizie di Svengard?»
«Si signora, Svengard aveva esaurito la riserva di Surströmming¹, ha fatto un salto in Hälsingland per rifornirsi. Se desidera vado a recuperarlo, signora»
«Non importa caro. Ah senti James, hai visto per caso in giro i miei occhiali da sole? Devo averli appoggiati sul tavolino Luigi XVI dell’ingresso prima di scendere»
«No, signora, non li ho notati. Vuole che dia un’occhiata?» – risponde il maggiordomo, rimirando allo specchio le strass che costellano la montatura arancio che in quel momento sta inforcando.
«Lascia perdere caro, tanto tra cinque minuti sono lì» – e riattacca la cornetta. Da una ravviata al turbante, e considerando che il Rana si è rimesso a studiare muschi e licheni, lo saluta:
«Caro, io vado» – e vedendo che il marito non alza la testa dai libri, butta là con nonchalance: « Ah, mi stavo dimenticando, stamani ha chiamato Melania, ringrazia per il presente» – catturandone subito l’attenzione.
«Ah, bene. Che dice, Donald ha gradito?»
«Eccome, caro. Anzi, Meli domanda se possiamo mandargliene un altro pacco, chiede solo se nel porridge si può mettere un po’ meno ‘nduja. E’ senz’altro un ottimo rinvigorente, dice, ma ha qualche effetto collaterale»
«Effetto collaterale? Di che tipo?» – chiede Rana allarmato
«Sembra che provochi delle strane crisi mistiche. Donald continua a parlare di Gerusalemme»
«Ma l’hanno condito con sciroppo d’acero come mi ero raccomandato?»
«No caro, sembra che l’abbiano accompagnato con burro di arachidi»
«E grazie al cavolo, allora! Fanno di testa loro, e poi si lamentano! Va bene, dille pure che toglierò un po’ di ‘nduja, anzi quasi quasi ci metto un cachi per stemperare la ‘nduja…»
«Eviterei, caro»
«Tu dici? Si, forse hai ragione» – dice il cavaliere, non del tutto convinto. Gilda si guarda intorno, e specialmente la porta blindata sulla quale troneggia il cartello “Vietato l’ingresso – pericolo”, poi abbassando la voce chiede:
«Ehm, caro, e con “loro” che vogliamo fare?»
«Che vuoi dire Gilda cara?»
«Voglio dire che non possiamo tenerli là in eterno. Sono pur sempre esseri umani»
A questa affermazione il cavaliere si agita, Gilda ha toccato un nervo evidentemente scoperto.
«Sshh! Perché, qualcuno li ha cercati? Hai visto in giro polizia? Sindacati?»
«No caro, ma i pigmei cominciano a essere nervosi»
«Non posso liberarli ora! Proprio adesso che ormai… siamo a tanto così!» – avvicinando pollice e indice quasi a toccarsi.

James imbocca il corridoio che lo porta alla sua camera. Nella direzione opposta, una sgargiante Olena, in costume tradizionale e colbacco dell’Armata Rossa, gli viene incontro. Il maggiordomo cerca di ignorarla, ma al momento di incrociarsi lei lo squadra e sibila con disprezzo:
«Disgustevole… uocchiali da effieminato»
«Sarà bella la tua zucca! » – ribatte il maggiordomo, indicando il sospensorio pigmeo appeso alla cintura della siberiana. – «Che cos’è, un nuovo tipo di padella?»
Olena si ferma, si gira lentamente verso di lui e lo fissa glacialmente negli occhi. James resiste impavido, ma sente un brivido corrergli lungo la schiena. Dalle finestre entra il rumore dei tamburi pigmei e quella che sembra un’invocazione, un canto rituale: “bona!” “bona!”. La russa sorride, ed entra nella camera della vecchia.

Chi sono “loro”? E a che cosa il cavalier Rana è tanto così? Com’è l’alito di Svengard dopo aver mangiato aringhe marce? Lo scopriremo nelle prossime puntate.

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¹ E’ odioso dare spiegazioni per cose così ovvie ma si tratta di anatra fermentata, fatta marcire in barile e con un odore particolarmente forte. Se dovessero invitarvi ad assaggiarla, declinate.

27 pensieri su “Natale con Olena (V)

  1. Capitolo ispirato, complimenti. Qualcuno ti ha aiutato a grattarti dove ti prudeva? Non dev’essere semplice con una mano che regge e l’altra che protegge.
    Il cachi allappa è da tatuaggio, e la Gilda è ruspantemente simpatica, nonostante abbia velleità di servitù anglosassone.
    La russa, au contraire, è simpatica come un gatto attaccato alle balls, ed è pure di mentalità ristretta e meschina mentre James, splendido e superiore, è libero di esprimere la gazzella che c’è in lui.

    Piace a 3 people

  2. La ‘nduja nel porridge… E poi ci si lamenta se la ‘ndrangheta apre sempre più succursali pure nel regno unito…
    Concordo nel definirlo magistrale questo capitolo: alla cucina global corrisponde il becerume rococò dei protagonisti e l’alone di mistero pecoreccio alla base del plot demenziale…
    Complimenti, aspetto il prossimo capitolo…

    Piace a 4 people

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