Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (VI)

Torniamo indietro un attimo, vi va? Quando i ricordi arrivano bisogna coglierli al volo.

Cento anni fa, nel 1917, come i più informati di voi sapranno infuriava la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra. Nel giugno di quell’anno arrivò in Europa, a dare manforte alla Triplice Intesa, il Corpo di Spedizione Americano che portò in dote, oltre ad una buona dose di uomini all’inizio non supportati da preparazione adeguata e mezzi cospicui, anche l’influenza spagnola.
Ma facciamo come Carlo Lucarelli in Blu Notte e per adesso lasciamoli là: la Grande Guerra e l’epidemia di spagnola.

Mia madre, come sapete, si chiama Ida. Suo fratello maggiore, di 3 anni più grande, si chiamava Alfonso, io lo ricordo solo in una fotografia bellissima, un viso ed un sorriso da attore di cinematografo, un po’ Rodolfo Valentino ed un po’ Tyrone Power; una storia bella e commovente anche la sua, che però non racconterò adesso: una tragedia alla volta.

I loro nomi non erano stati scelti a caso. Erano i nomi dei genitori della mia nonna naturale, Raffaella. Solo che lei si chiamava Raffaella Secondi, e i genitori invece Alfonso Nobili e Ida Mengoni. Come mai?

Alfonso e Ida, i bisnonni che non ho mai conosciuto, avevano avuto sei figli, quattro femmine e due maschi. Erano abbastanza benestanti anche se non ricchi, lui era capomastro e sapeva costruire le case; la casa dove poi nacque e visse mia madre era loro, così come quella adiacente che nel corso del tempo fu venduta.

Raffaella era una trovatella. Era stata abbandonata alla nascita, cosa frequente a quei tempi; il cognome era stato assegnato dall’Ufficiale di Stato Civile, il quale non aveva vincoli da rispettare se non quello di non mettere a tutti i bambini lo stesso cognome  (come si faceva ad esempio un tempo a Napoli per gli Esposito _ da esposto, ovvero depositato nella ruota degli esposti _ ) perché li avrebbe fatti individuare facilmente come bambini abbandonati, cosa che avrebbe costituito un marchio di infamia in quanto frutto di amori illeciti (lecito era solo il figlio di rapporto coniugale!) o di violenze.

La vita era al contrario generosa con Alfonso e Ida: il lavoro non mancava, una bella famiglia, l’orizzonte si prospettava roseo; le figlie erano ormai delle signorine, un paio stavano già parlando di matrimonio, i figli avviati verso un mestiere sicuro.

Ma poi arrivò la guerra.

Il loro figlio maggiore, Mario¹, fu richiamato alle armi. Una notte, mentre era di sentinella, passò lì davanti un cane nero. Il cane si avvicinò e lui, forse intenerito o forse semplicemente annoiato, si chinò ad accarezzarlo. Sfortuna volle che l’ufficiale in comando passò e lo vide; sospettoso si avvicinò, e brusco gli chiese che stesse facendo; lui cercò di giustificarsi in qualche modo, ma l’ufficiale agguantò il cane e scoprì qualcosa che lo fece rabbrividire: sotto il collare, piegato, c’era un bigliettino. Probabilmente il cane era utilizzato dal nemico per passare ordini da una trincea all’altra, come un piccione viaggiatore; chissà perché si era fermato da quel soldato italiano, forse aveva perso la strada, forse non aveva riconosciuto la divisa, o forse quel soldatino gli stava simpatico.
Mario fu imprigionato immediatamente; l’accusa era quella di tradimento e di intesa con il nemico, la pena prevista la fucilazione. Mario era disperato, cercò di difendersi in ogni modo, anche i compagni testimoniarono per lui e gli appelli servirono solo ad alleggerire la pena in mancato rispetto della consegna: carcere e condanna ignominiosa, con interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Mario alla vergogna ed al disonore non sopravvisse, e morì di crepacuore.

Nel frattempo la spagnola, questa maledetta influenza² che uccise nel mondo 50 milioni di persone, cinque volte tanto la guerra stessa, aveva falcidiato la sua famiglia. Suo fratello e le sue sorelle, tutti morti. Solo i genitori si erano salvati, increduli che tanta sfortuna si potesse concentrare su di loro.

Avrebbero potuto essere travolti dalla sciagura, dalla disperazione, e sicuramente si chiesero quale Dio o quale Re meritasse tanti sacrifici. Ma poi, da gente concreta, gente abituata a costruire, a non lamentarsi, realizzarono che valeva la pena, nonostante tutto, di andare avanti. Erano ancora relativamente giovani anche se non potevano più avere figli, ma di figli senza genitori ce n’erano tanti, e bisognava solo avere il coraggio e la voglia di andare a prenderli.

Discussero tra di loro, e decisero che avrebbero cercato un maschio, che li avrebbe aiutati a superare la perdita dei figli e soprattutto di Mario, quello su cui avevano rivolto le speranze maggiori.
Così una mattina partirono sul loro calesse ed andarono al vicino brefotrofio. La direttrice, una suora arcigna, dopo una breve introduzione dove spiegò loro le modalità per l’affidamento, li portò a fare un giro per le camerate.

Alfonso girava tra i lettini come un compratore in un mercato, cercando di valutare quello che potesse essere il più forte, il più meritevole, quello che avrebbe potuto essere il bastone della loro vecchiaia. Ida si sentiva a disagio. Vedere tutti questi bambini soli, senza nessuno che potesse dargli quell’affetto che meritavano, le opprimeva il cuore. Mentre suo marito entrò nell’ultima camerata non ce la fece, la commozione la stava vincendo e si sentiva venir meno; si fermò in corridoio, dove aveva visto una panchina di quelle in ferro bianche, smaltate, come quelle che c’erano negli ospedali dove aveva visto morire i propri figli. E pianse, tenendo sugli occhi uno dei fazzoletti che avrebbe dovuto far parte della dote di sua figlia, pianse pensando che non avrebbe più potuto, mai più, voler bene a qualcuno come l’aveva voluto ai suoi figli.

Non vide nemmeno quella bambina che, in silenzio, le si era seduta vicina. Avrà avuto quattro, cinque anni; stava lì seria, composta, paziente, e dolcemente mise una manina sulla mano libera di quella signora che piangeva.

Ida trasalì, risvegliandosi come da un sogno.
– “Mamma, perché piangi?” – le chiese quella bambina, Raffaella, e Ida l’abbracciò.

(157 – sesta puntata)

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¹ Nome di fantasia, il vero nome non lo conosco. Il reato per cui è stato condannato l’ho dedotto in base alla pena comminata, leggendo il Codice Penale del Regio Esercito: tradimento non poteva essere, altrimenti l’avrebbero fucilato.
² Se ci fosse stato un vaccino non credo che qualcuno avrebbe avuto qualcosa in contrario a farlo somministrare ai propri figli

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39 pensieri su “Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (VI)

    • A volte certi racconti sembrano favole… mentre allora ogni famiglia aveva storie come queste. La vita tribolata, eppure vissuta con dignità e senso di fratellanza umana maggiore senz’altro di oggi. Siamo più ricchi, ma molto più poveri. Forse i nostri genitori hanno sbagliato per troppo amore, pensavano che con più benessere e più istruiti saremmo stati più giusti e avremmo costruito qualcosa di meglio, ma in gran parte li abbiamo delusi. Forse i caratteri migliori di un popolo vengono fuori nelle difficoltà, e noi ci siamo ritrovati troppo la pancia piena e siamo diventati troppo egoisti… senza generalizzare ovviamente perché in giro per fortuna c’è ancora gente eccezionale… ma sembrano sempre più eccezioni che regole. Ma sulla punizione che mi dice, è credibile? Avevo dei dubbi sul racconto di mia madre… la storia dell’interdizione dai pubblici uffici l’avevo letta legata alla degradazione… forse Mario era un graduato, ma in quel caso avrebbe fatto da sentinella? Certo che morire per un cane nero…

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      • Su la punizione di Mario, la cosiddetta disciplina era brutale e idiota. Ho sempre disprezzato la classe militare italiana (oggi enormemente migliore ) gli ufficiali erano in gran quantità pessimi ( con eccellenti eccezioni ). Pensi alle fucilazioni indiscriminate durante Caporetto. Come affermo e confermo il disprezzo professionale,intellettuale e umano su Cadorna (incluso il successivo Cadorna del CLN del 1945.

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        • Il giudizio su Cadorna ormai è universale… e personalmente anche “sui” Cadorna. Avrebbe dovuto essere fucilato lui per tutti i giovani che ha mandato a morire con le sue “offensive”. Testardo, ottuso, arrogante, il peggio che potesse esserci. Qualche ufficiale avrebbe dovuto sparargli, ma evidentemente non ne avevano il coraggio.

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        • Mi sarebbe tanto piaciuto vedere cosa c’era scritto su quel biglietto… se è esistito sarà stato scritto in tedesco… e dubito fortemente che Mario lo conoscesse. Mi ha molto colpito il fatto che sia poi morto di crepacuore… non ci stava ad essere disonorato così. Avessero avuto i suoi capi quella dignità!

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          • Stia bene tranquillo che neanche quell asino di ufficialetto sapesse leggerlo. Pensi alla abominevole punizione del palo (esporre il reo al bordo della trincea -cosa che fu sospesa -perché portava i soldati di entrambi i fronti -a forme di solidarietà! .il rapporto dei soldati con gli ufficiali era cattivo presso Quasi tutti gli eserciti -inclusi curiosamente gli americani -il migliore era tra truppa e superiori in quello tedesco, dove la disciplina era severa, ma cameratesca. C è tutta una letteratura sull argomento.

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            • La Prima Guerra Mondiale e’ stata seppellita sotto tonnellate di retorica… sulla vittoria, mutilata o meno. Su come si è ottenuta e quanto è costata, sull’impreparazione, sulle crudeltà, poco si è discusso e le responsabilità mai messe in evidenza. Questo penso oltre a non creare una coscienza nazionale “sana” abbia fatto male anche al nostro Esercito negli anni successivi. Andrò a leggere quello a cui fa riferimento, istruttivo… la punizione del palo non la conoscevo, disumana e controproducente… ci credo che poi qualcuno si rivoltava e sparava agli ufficiali!

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              • Lei ha centrato IL punto, la Vittoria ha avuto un effetto da collasso intellettuale (tanto è stata la tensione )per cui la generazione successiva è stata “molle “.Lo sfacelo orribile dell 8 settembre ne è la prova. E questa è la terribile responsabilità della Società dell epoca (nascondendosi su motivazioni politiche o ideologiche ) ecco -secondo me -la ragione di certe ns fragilità. Ho numerosi amici (anche Inglesi ) ma ancora oggi con alcuni Non parlo perché mi brucia l offesa della stampa britannica per la guerra delle Malvine , dissero “”se gli argentini tirano fuori il carattere spagnolo si batteranno se quello italiano si arrenderanno “”attendo ancora “l amico “cui ho gettato il gin sul viso invitandolo per il mattino successivo “dietro la chiesa ” ecco sono le circostanze dove mi “…..arrabbio. .”

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    • E’ una storia che mi sono affrettato a scrivere perché negli anni l’avevo sentita a pezzetti, e solo ieri ho avuto la versione “integrale”… mi vedo come sono adesso e mi chiedo: Ma come avrei fatto a sopravvivere in quei tempi? Mah, chi lo sa… Come tutti avrei cercato di fare del mio meglio, probabilmente…

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          • Ti capisco, sai? E’ difficile rassegnarsi ad essere figli del proprio tempo. Si pensa sempre all’età dell’oro o al futuro “dalle sorti meravigliose e progressive”. La cosa che più aborriamo è il presente, l’eterno presente che ci angoscia con i suoi giorni interminabili, fatti orrori, noia e pochissimo di bello… Però non credo che dovremmo rassegnarci, forse dovremmo imparare a guardare con occhi diversi, però non chiedermi con quali occhi…

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            • Non so, forse dovremmo imparare a dare maggior peso alle cose belle rispetto alle cose brutte… a quelle cose che non fanno notizia… ed alle persone che non fanno notizia rispetto a quelle che riempiono le pagine dei rotocalchi e dei telegiornali… detta così sembra quasi un voler evadere ma forse serve a far capire che chi è più capace di agire lo deve fare, perché fa bene a se stesso e agli altri…

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              • Sotto scrivo le tue ultime considerazioni: “chi è più capace di agire lo deve fare, perché fa bene a se stesso e agli altri…”
                L’importante è che sia consapevole di ciò che fa. Per il resto posso solo dirti ch’è impari la lotta. L’unica nostra difesa è quella di ricorrere ad una pluralità di fonti, per non cadere vittime dell’informazione distorta, parziale e sviante, che ci giunge da ogni dove… Del resto è sempre stato così. Anzi, paradossalmente: più si hanno voci e più queste diventano appiattite, quando non addirittura deliranti. Un po’ come quelle che giravano ai tempi del Regno d’Italia…

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  1. Difficile che ci sia un vaccino per un’influenza così. O meglio il vaccino arriva dopo che ha già fatto i morti. L’influenza è di anno in anno diversa ma simile. Ciclicamente fa un cambio più radicale. E poi per un pezzo continua così. Uno di questi switch è stato quello della spagnola, uno quello della sars. La guerra ha propagato in fretta e diffuso il virus della spagnola, per via dello spostamento delle truppe. Ora il danno lo fanno la globalizzazione e la gente contraria ai vaccini

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    • Siamo consapevoli che virus sempre più pericolosi possono colpirci, e per fortuna la scienza oggi sembra in grado di farvi fronte (io sospetto che li creino anche, ma questa è una mia paturnia), dopo qualche morto certo ma poi si circoscrive… prima di arrivare a 50 milioni di morti ce ne vuole… d’accordo sui danni della globalizzazione e dell’ignoranza. Forse più la seconda della prima…

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  2. E’ affascinante questa storia, fai bene a scriverne, si corre il rischio di non poter più ricostruire il percorso della nostra famiglia se non se ne parla e non si fissano le parole nero su bianco. Se non si tramanda la propria storia di padre in figlio, tutto va perso, è il mio grande rammarico di non aver più nessuno a cui chiedere della mia famiglia per entrambi i rami. 😥
    Bello e interessante il tuo dialogo col Sig. Anghessa, persona squisita e davvero informata, imparo sempre qualcosa da voi due, alcuni particolari non li trovi a scuola sui libri di storia e, a volte, non ci si prende la briga di andare a cercarli in altri libri. 🙂
    Giorgio, anch’io ho la stessa tua paturnia sui virus, sai? Che sia proprio una paturnia? Mah! Mi convinco sempre di più che ci sia del vero … è una bella coincidenza che la pensiamo allo stesso modo … che sia perché la tua mamma si chiama “Ida” e la mia si chiamava “Aida”? 😉
    Io faccio un po’ la nottambula, tu fai dei bellissimi sogni! Ciao. ❤

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    • Io ho avuto la fortuna, e ancora la ho, che queste storie mi venivano raccontate da piccolo e mi hanno lasciato una grande impressione. Erano tempi eroici, ogni famiglia aveva storie da raccontare, anche le più umili… in più mia madre e’ una brava raccontatrice, ed io penso di essere un buon ascoltatore… oggi in casa forse si parla molto meno di una volta, si è un po’ più isolati, le storie si leggono dal telefonino e quello che raccontano i “vecchi” non sembra interessante, o forse com’è naturale i giovani pensano che il mondo è nato con loro. Io penso che ricordare come eravamo, capaci di superare difficoltà inimmaginabili ora (difficoltà che vivono altri popoli ad altre latitudini, ma non abbiamo l’empatia necessaria per immedesimarci), ci aiuta anche a relativizzare le difficoltà attuali, e fa pensare, almeno me, che tante polemiche potremmo risparmiarcele e potremmo cercare di stare meglio tutti insieme…

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      • No, è una storia semplicissima, il fratello di mia mamma, il maggiore di tutti e sei i fratelli, era appassionato di opera lirica e quando è nata la sorellina, la più piccina, l’hanno chiamata così, ma credo che mia mamma, oltre al nome, abbia anche ricevuto la stessa passione, perché ha amato la musica lirica per tutta la vita. Ho ancora tutti i suoi “libretti” delle opere che ha visto, e sono parecchi. Io li tengo come un tesoro prezioso, chissà che fine faranno dopo di me, perché, hai ragione, non si ascoltano più i vecchi e non interessa scoprire le proprie origini … è un vero peccato, ma forse abbiamo sbagliato noi, non siamo stati capaci di trasmettere ai nostri figli l’importanza di alcuni valori … chissà? Buona giornata, Giorgio! 🙂

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        • Tienili cari i libretti, sono storia anche loro! (anche perché all’ultima opera a cui ho assistito c’era gente che leggeva il libretto sul telefonino… e dava anche un pò fastidio…). Ogni nome ha una storia! Mio padre si chiama Amleto… mi fa pensare che mio nonno fosse appassionato di Shakespeare… ma magari invece c’era solo un amico che si chiamava così? Meglio di Sue Ellen, comunque! 🙂

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          • Per carità!, sai quante ragazze si chiamano Sue Ellen e se lo dovranno portare tutta la vita questo nome per colpa di Dallas? Bello Amleto! Chissà se qualcuna avrebbe dovuto chiamarsi Ofelia nella tua famiglia? 😀

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            • Ah, ah, si sarebbe stato bellissimo! Ma poi siccome Amleto era troppo difficile tutti quanti lo chiamavano Nino. Lo conoscevano in pochi il vero nome… immagino tra cento anni qualche nipote di qualche Sue Sellen ricercare la storia della sua famiglia… e scoprirà di aver avuto degli avi completamente rimbambiti! 🙂

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      • Ma grazie a lei!, sono onorata dell’invito, gli argomenti di cui si parla a casa del mio amico Giorgio per me non sono mai noiosi, anzi, li trovo interessanti e imparo sempre qualcosa, sono sempre aperta all’ascolto e all’apprendimento di cose che ancora non conosco. La conoscenza è fondamentale, se pensiamo di conoscere già tutto, non solo pecchiamo di grande presunzione, ma rasentiamo l’idiozia. E se ci chiudiamo come ricci, rischiamo di vivere a vuoto. Ricambio i saluti con grande calore … umano naturalmente! 😀

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    • Ti ringrazio, mi hai dato modo di fare una riflessione: i bambini di una volta stavano più attenti ai racconti dei genitori e dei nonni perché non c’era di meglio da fare? O perché erano i tempi stessi in cui avevano vissuto nonni e genitori ad essere interessanti, quasi favolosi? E adesso, c’è qualcosa che valga la pena raccontare ai nipoti? E se c’è, si accontenteranno di un racconto orale o bisognerà usare i loro strumenti? (oggi il telefonino, domani chissà?) insomma… forse era più facile raccontare una volta? Ciao!!!

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  3. Mi sono commossa, accidenti che storia!
    Mia nonna è sopravvissuta alla spagnola e credo che avrebbe fatto vaccinare i suoi figli, quando toccò a noi mi ricordo che diceva “è peril vostro bene”.
    Argentina e mario hanno adottato tre bambini dopo che la prima disse che senza i frateli sarebbe scappata, i due si intenerirono e malgrado non navigassero nel benessere li presero tutti e tre. Sono una famiglia felice ancora oggi che papà mario non c’è più.

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    • Penso che ci sono tantissime storie di generosità e amore a tutte le epoche… forse una volta era “naturale”, oggi eccezionale perché siamo più egoisti… l’adozione e’ un grandissimo atto d’amore. Ma Argentina e Mario dunque sono i tuoi nonni o i tuo genitori? Sei tu una di quei tre? Lo sai che sono curioso, così mi prendi all’amo!

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      • No, Argentina e Mario non sono i miei nonni, sono di famiglia però.
        Mia nonna materna allattò Mario perchè la mamma non aveva latte, dopo la guerra non lo ripresero, il padre non lo voleva preferendo altri due figli cresciuti con loro, la mamma lo tornò a prendere quando aveva 10 anni, ma mario non volle tornare, fu preso lo stesso ma si ammalava in continuazione, mia nonna dimagriva per il dolore, alla fine Mario è scappato e da Roma tentava di tornare da mia nonna, lo hanno preso i “gendarmi” e quando è venuto a galla tutto la madre ha deciso di lasciarlo ancora un po’, i miei nonni non poterono adottarlo avendo i genitori, ma lui è stato il loro ultimo figlio per sempre, cresciuto, vissuto, sposato, amato in famiglia. Ecco…una volta la vita era povera, semplice ma piena d’amore.

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