Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (IV)

Nel giugno-luglio del ’44 nel maceratese passò il fronte. Ovvero i tedeschi, incalzati dagli alleati, principalmente Polacchi ed Inglesi, con il contributo più tollerato che gradito degli italiani del Corpo Italiano di Liberazione, si ritirarono verso Nord, non senza un’aspra resistenza e dure battaglie: ma questa è roba per appassionati di storie militari, argomento affascinante specie per chi come me ha avuto la fortuna di non vivere quelle vicende di persona: per gli altri, un po’ meno.

I tedeschi quindi, ritirandosi ordinatamente, andarono ad assestarsi sulla Linea Gotica, quella linea fortificata di circa 300 chilometri che tagliava in due l’Italia, da Massa a Pesaro, e che venne superata solo nell’aprile del ’45, preludendo la rotta delle armate germaniche, e quindi la resa e la fine della guerra.

Ma in quel luglio la fine, anche se sperata, era ancora ben lontana; i soldati di passaggio perquisivano ogni casa per requisire tutto quello che poteva essere utile ai loro bisogni. Il vicolo dove abitava mia madre si trova all’inizio del paese, appena dopo la porta di Sopra; è un vicolo cieco lungo e stretto, che si chiama vicolo delle Monache perché confinante col convento delle Clarisse.

A proposito del convento, attorno ad esso, a delimitare due lati del vicolo, c’è un muro alto, eretto per preservare la privacy delle suore e proteggerle da sguardi indiscreti; il recente terremoto l’ha lesionato ed ora, se passate da quelle parti, vedrete il vicolo ingombro di impalcature di sostegno. Secondo me si faceva prima a buttarlo giù e rifarlo, magari più basso: tanto di suorine da vedere ne sono rimaste ben poche.

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Quattro soldati si misero all’imbocco del vicolo; altri due passarono a perquisire le case per vedere di racimolare qualcosa da mettere sotto i denti.

Nonna Annunziata, che aveva assunto il comando della casa, era analfabeta sì, ma non certo una sciocca, anzi. Innanzitutto era stata a contatto con famiglie importanti: era stata a Roma come cuoca del Prefetto, era stata a servizio dalla Marchesa Ricci, e dopo la guerra lavorerà per altre famiglie di “notabili”, tra cui qualche onorevole. Diciamo che, nei limiti del tempo, aveva visto e vissuto il mondo più di tanti altri. Essendo considerata quindi come persona di fiducia, un orefice di Macerata, preoccupato che gli venisse requisito, le diede da custodire un piccolo tesoro: una sera si presentò in casa ed, avvolti in una pezza di tela, le affidò i gioielli più preziosi che aveva tenendosi quelli di minor valore, temendo che se i tedeschi fossero passati dal suo laboratorio senza trovare niente non l’avrebbe passata liscia.

La casetta dei nonni era, come tante di quelle del centro storico, su tre livelli; il piano terra, con uno sgabuzzino, un bagnetto ed una specie di grotta; il primo piano, con la cucina e la stanza da letto dei nonni; il piano di sopra, con le due stanze dei bambini; da lì si accedeva al tetto, con una scaletta posta dietro un’anta che sembrava di un armadio.

Dunque in una delle stanze di sopra nonna radunò le tre bambine, 9, 6, e 3 anni; mio zio invece che era appena più grandicello, come gli altri della sua età alla vista delle uniformi era scappato per campi.

Arrivati in cucina, i due presero quelle poche cose che trovarono, una pagnotta, qualche uovo; poi vollero andare al piano di sopra, a controllare che ci fosse qualche dispensa nascosta.

Sulla soglia della camera nonna, che li precedeva, li supplicò di non fare rumore, che svegliavano la bambina; e lo fece di sicuro a gesti, dato che non conosceva certo il tedesco; al che uno dei due la spostò, e mise la testa dentro la camera; la vista di zia Raffaella che effettivamente dormiva nella culletta di legno, e delle due sorelline che le stavano intorno spaventate, lo dissuase dal continuare la ricerca, o forse un soprassalto di umanità, chissà. E per fortuna non cercarono ancora, perché oltre al tesoro avrebbero trovato anche la bicicletta del nonno nascosta sotto al letto: e anche quella faceva comodo.

Se la nonna fosse stata disonesta (o “furba” secondo l’interpretazione oggi in voga) avrebbe anche potuto dire che il tesoro se lo erano preso i tedeschi, chi poteva contraddirla? Ma quella non era roba sua e tornò al legittimo proprietario.

In quel ’44, ma quello ve l’ho già raccontato, mio padre sedicenne era stato portato con i suoi coetanei in campeggio in Alta Italia¹, dove c’era un campo di addestramento all’Alpe del Viceré; indietro non si poteva tornare, e del resto era anche uno dei motti con cui erano cresciuti, e vennero arruolati nella Repubblica Sociale. A momenti ci lasciavano le penne; ma questa pure è un’altra storia.

(151 – quarta puntata)

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¹ Il concetto di Alta Italia comprendeva tutto quello che c’era a Nord della pianura padana. Ho cercato tante volte di immaginare i pensieri di un ragazzo di sedici anni di allora, catapultato in mezzo alla guerra a centinaia di chilometri da casa. Non ci sono mai riuscito, e mio padre non mi ha aiutato molto a capire. La guerra non si può raccontare, secondo lui, e forse nemmeno si deve, se non per dire che è brutta. Avanti bisogna andare, senza voltarsi: chi si ferma è perduto.

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2 pensieri su “Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (IV)

  1. Persone oneste per fortuna ce ne sono!
    Pensa che qualche giorno fa ho perso un portamonete con un bel po’ di soldi, in un supermercato. Nel portamonete non c’erano né documenti né niente che potesse risalire a me. Il giorno dopo, senza tante speranze, sono ripassata al supermercato e ho chiesto alla cassiera, se per caso qualcuno avesse trovato un portamonete. Beh non ci crederai ho ritrovato tutto! Portamonete, soldi e spiccioli 😄😄😄

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