Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (III)

Una pagina della seconda guerra mondiale poco conosciuta è quella dei prigionieri di guerra o degli internati civili nei campi di concentramento alleati.

Ci è stato raccontato della tragedia dei militari italiani catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre del ’43; le pene dei quali vanno interamente addossate al re ed al governo Badoglio che vigliaccamente prima li lasciarono senza ordini, e poi invece di dichiarare la resa annunciarono che la guerra continuava, ma al fianco di quelli che fino al giorno prima erano i nemici. Era ragionevole pensare che i tedeschi avrebbero accolto i soldati italiani con rose e fiori? Non credo, e infatti così non fu.

Ma poco o niente ci è stato raccontato del trattamento che i nostri militari e civili subirono nei campi alleati e specialmente francesi, e ancor più in quelli francesi nelle colonie d’Africa; incarogniti contro quella che avevano vissuto con ragione come una maramalderia, usarono sovente l’internamento come vendetta, accanendosi contro quelli che sicuramente erano nemici, ma che non erano certo andati in guerra, tranne poche eccezioni, per loro diletto. Andò meglio a quelli che finirono nei campi inglesi o americani. Ma avevamo perso la guerra, anche se facemmo finta di averla vinta, e dunque Vae Victis; avevamo la coda di paglia lunga chilometri, e queste vicende rimasero solo nelle memorie dei reduci, che non ne parlavano volentieri, e man mano in quelle degli storici: poi basta.

Mio nonno era del 1911; in quell’anno suo zio partì per l’Argentina, in cerca di lavoro e fortuna; l’intenzione era forse quella di tornare, ma un paio di guerre mondiali e le vicende familiari glielo impedirono. Ma lasciamo stare anche gli zii argentini, per adesso.

Gaetano aveva un gemello che si chiamava Torello. Non so se Torello fosse il diminutivo di Salvatore o fosse proprio il suo nome; fatto sta che quando fu il momento di andare sotto le armi, a 21 anni, di due gemelli che erano la Patria magnanima ne richiedette solo uno. Seguendo l’ordine di trascrizione all’anagrafe sarebbe toccato andare a mio nonno ma Torello, considerando che Gaetano era sposato e aveva un figlio, generosamente si offrì di andare al suo posto.

Al tempo la ferma di leva era di 18 mesi; ma se quello era un problema relativo, le conseguenze si sarebbero viste più tardi, e non delle più piacevoli. Torello infatti fu richiamato alle armi, e nel ’41 venne spedito in Russia con l’Armir a spezzare le reni a Stalin. Torello di nome e di fatto, fu tra i fortunati che riuscirono a scampare alla disfatta ed a tornare a casa con tutti i pezzi al loro posto; certamente i suoi sentimenti non erano benevoli nei confronti di chi l’aveva mandato là, a combattere contro i russi con gli stivali di cartone; ma ancora di più ce l’aveva con quella testa di cavolo del suo gemello, che dopo esser stato salvato dalla leva era andato ad arruolarsi volontario per l’Africa, con un figlio di 3 anni ed un’altra, mia madre, che era appena nata.

Da quanto so non gli parlò più; per lui il suo gemello era morto là, in Russia, insieme ai suoi compagni congelati nella ritirata dell’8° Armata e poi nei campi di concentramento; al ritorno si trasferì a Civitavecchia, e si persero definitivamente di vista.¹

Questi erano i tempi, insomma; eroici o tragici a seconda dei punti di vista, o entrambi se vogliamo; contadini andavano ad ammazzare contadini, operai ad ammazzare operai, senza nessuna ragione al mondo se non quella delle ideologie malate dei loro capi; ed è facile ora dire “si potevano ribellare”: un cavolo si potevano ribellare, bisognerebbe provare a stare una ventina d’anni sotto dittatura per vedere quanto ci si può ribellare, e forse basta vedere anche quello che succede oggi, quando si prova a ribellarsi, qui ed in qualsiasi posto nel mondo.

Quanti sindacalisti, ambientalisti, giornalisti, oppositori politici vengono uccisi o imprigionati  tutti i giorni in paesi che in teoria sarebbero democrazie, come Colombia, Brasile, Messico, per opera di squadroni della morte? Per dire i primi tre che mi vengono in mente. Voglio dire, è difficile battersi per la verità e giustizia in regimi democratici, figurarsi in dittatura. Ma quando una democrazia è effettiva, se ci pensiamo? La caratteristica delle democrazie non dovrebbe essere garantire il rispetto delle minoranze, la libera associazione politica, il diritto al dissenso e la libertà di informazione e stampa? E se non c’è questo di che democrazia parliamo, di quella che ogni tanto concede di andare a votare per miliardari che si assomigliano sempre di più o che garantisce il diritto all’happy hour? Chiusa parentesi.

In mezzo a queste tragedie collettive Ida viveva la sua tragedia personale; suo padre non c’era e non si sapeva quando e se sarebbe tornato; sua madre era morta, ed era tempo di diventare grande, un po’ troppo in fretta per i suoi gusti e per quello che sarebbe stato giusto.

(146 – terza puntata)

¹ Se avessi tempo andrei a ricercare i fogli matricolari dei due, ed anche i documenti dell’internamento, anche per verificare se la memoria di chi mi racconta queste storie falla (senza offesa). In qualche armadio di qualche ministero ci saranno sicuramente.

primacampi

girasoli2

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10 pensieri su “Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (III)

  1. Giusto, ma le guerre vengono raccontare da quelli che vincono, peggio quando si cambia “nemico “allora i morti di prima “”non buoni ? “”Peggio quando poi ci aggiungiamo la guerra civile. ….eppure i ns padri e nonni hanno ricostruito BENE ! !!!

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    • Già! Ed è avvilente vedere oggi delle divisioni artificiali quando quella gente, che ne aveva passate di tutti i colori, è stata capace di ripartire… vinti e vincitori, nessuno penso si aspettasse di arrivare a certi livelli di bassezze. Sono forse catastrofista, ma stiamo rischiando… a Como al ballottaggio ha votato il 35% delle persone! Ma questo vuol dire sputare sulla democrazia! Qualcosa non funziona, temo.

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  2. purtroppo quelli che potevano raccontarla davvero la guerra, non ci sono più. Ed i ricordi sbiadiscono. E già in passato ce la raccontavano sbagliata, figurati ora!
    (il mio nonno me l’ha raccontata la guerra. Ed anche la dittatura. E a parte che non potevi dire quello che pensavi, era meglio dello schifo che c’è adesso. Che tanto quello che pensi è meglio se non lo dici lo stesso…)

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    • Qualcuno c’è ancora… ma non è che in genere abbiano troppo piacere di parlare di quei tempi. L’hanno vissuta e subita, hanno magari perso dei cari e patito privazioni e umiliazioni… hanno poi guardato avanti. Se chiedi, rispondono: c’era la guerra, ed hanno detto tutto. E non è che possiamo farci molto, è successo, possiamo solo essere contenti che non sia toccato a noi vivere in quell’epoca, o forse rimpiangerlo non so, e cercare di fare in modo che certe bestialità non si ripetano… io sono della generazione dei figli di quelli che la guerra l’hanno vissuta, e se cominciamo già noi a perdere il senso ed il valore di quello che ci è stato lasciato, non possiamo pretendere che lo capiscano quelli dopo. Tu però mi sembri un tipo che quello che pensi lo dici, non mi pare che ti fai intimidire! 🙂

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      • mah, dipende…
        Però se ci fosse ordine ed un po’ di giustizia, non avrei tanto da dire.
        Sono molto semplice: vorrei poter camminare alle dieci di sera senza aver paura di essere aggredita. Vorrei non trovarmi le viti degli scuri di casa svitate nel tentativo di entrare in casa mia. Cose così…

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          • eh ma si sono fermati prima, perchè ho l’argine di fronte casa, ed è un argine molto frequentato, tra podisti e cavallerizzi…
            Non sfondano le porte perchè accorrerebbe tutto il condominio al rumore… (e per tutto intendo anche quelli delle palazzine a fianco, che in tutto il condominio ne conta 4 distinte)

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