Cappelli

Mio nonno materno, Gaetano, è nato nel 1911. In quello stesso anno suo zio, il fratello di suo padre, emigrava in Argentina; se l’intenzione era quella di tornare, non la realizzò mai.

Il mio nonno paterno invece, Ernesto, che non ho mai conosciuto perché scomparso (letteralmente: disperso è la dicitura burocratica) nelle pieghe delle vicende di guerra civile che occorsero anche nel maceratese, era arrivato qualche anno prima dall’Argentina; purtroppo chi lo portò qua, orfanello, non si prese cura di regolarizzarlo, e rimase così con lo status di apolide, con tutto quel che ne conseguiva, fino alla morte.

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Ci sarebbe molto da discutere di Argentina, emigrazione, apolidi, fascismo e guerra
 civile; ma adesso veramente volevo parlare di cappelli, lo faremo un’altra volta.

Da che ricordi nonno Gaetano indossava sempre il cappello. Non in casa, intendo, ma quando usciva aveva sempre il suo cappello in testa. Anche la giacca, sopra la camicia ed una maglia o gilet. Me lo raffiguro sempre vecchio anche se, quando sono nato io, era molto più giovane di quanto sia io adesso; fumava Nazionali senza filtro e beveva bianchini con gli amici. Forse in gioventù era una buona forchetta, dato che era soprannominato “magnó”, ma io invece non lo ricordo mangiare tanto, anche perché era tornato dall’Etiopia con la malaria ed i postumi se li portò dietro per sempre: pollo lesso e patate lesse erano la sua dieta quotidiana. Verso la fine lo ricoverarono e gli proibirono fumo e vino. Scappò dall’ospedale e lo ritrovarono in piazza in pigiama: a chi lo ammoniva che così si sarebbe ammazzato rispondeva: “Oh, c’ho settantacinquanni, non me vole fa fumà, non me vole fa bé, che campo affà?” Così continuò a fare di testa sua ed accorciò probabilmente di qualche minuto la permanenza su questa terra.

A proposito di Etiopia, l’altro giorno un padre comboniano ha tirato fuori la strage fatta dai fascisti di Graziani ad Addis Abeba nel ’37 per dire che gli italiani dovrebbero accogliere gli immigrati, se non altro come risarcimento per le atrocità commesse all’epoca. Detto con rispetto, non mi sento di assumere questa colpa. Accogliamo chi va accolto e chi merita di essere accolto, ma non mi va di assumere responsabilità di altre epoche e fasi della storia. Pensiamo alle responsabilità attuali, che sarebbe già abbastanza, e cerchiamo di capire i fenomeni e governarli, non subirli passivamente. Chi è innocente scagli la prima pietra,e mi fermo qui.

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Ma nemmeno di immigrazione, stragi, divieti assurdi e accanimenti terapeutici volevo
 parlare; dicevamo: ah, si, i cappelli.

Il fatto è che i cappelli non è che li portassero solo i “signori”. Li portavano tutti, almeno alla domenica, insieme a quel vestito buono, spesso solo l’unico, con cui si andava alla messa; o anche, per quelli a cui il fumo delle candele dava l’orticaria, per chiacchierare con gli amici in piazza. La generazione successiva, quella dei nostri padri, aveva perso questa abitudine, quella del cappello dico, perché quella del vestito buono invece rimase; la domenica poi per i lavoratori era l’occasione per “sistemarsi”, cioè andare dal barbiere a farsi accorciare i capelli e radere la barba.

Mi sembra che oggi abbiamo più vestiti ma siamo diventati un po’ più sciatti di una volta. Va bene, concordo che lo scopo primario del vestirsi è quello di ripararsi dal freddo e dal caldo. Ma forse, almeno in certe occasioni, un po’ più di cura andrebbe usata. Io di cura ne ho anche troppa, ad esempio quando compro un vestito nuovo lo lascio ad invecchiare nell’armadio per paura di sciuparlo. Così quando lo tiro fuori è già vecchio e se si rovina ho meno rimorsi. Forse perché non sono abituati a vedermi in ghingheri, ogni volta che mi presento al mio coro con un bel completo ed una bella cravatta qualcuno si preoccupa di non essere stato avvisato della cerimonia incombente. Tutto perché non siamo più abituati a metterci il vestito buono. Lo riteniamo un’esagerazione, quasi uno sfoggio; un anacronismo, diciamo.

La forma è sostanza, ci insegnavano a militare; l’affermazione è un po’ forzata, specie quando si applicava alla capacità di piegare perfettamente in squadra il materasso; la forma è forma e la sostanza è sostanza, ma se si intende come forma non tanto il mero rispetto pappagallesco degli aspetti esteriori quanto l’abitudine alla cura e la disciplina applicata prima di tutto a se stessi si deve ammettere che sono attitudini che possono irrobustire la sostanza.

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Oggi mi sto proprio perdendo, che c’entrano forma e sostanza con i cappelli?

Il cappello tra l’altro può essere usato come unità di misura. Ad esempio, volendo intendere a qualcuno di testa grossa ma di scarso comprendonio, da queste parti gli si dice “te ghé ul cò che ghé va ben ul capèl del to nono!”. Ma se i nonni i cappelli non li portano più, tra poco questo affettuoso rimbrotto non avrà più senso! Per questo ho deciso: da oggi, mai più senza cappello! Deve pur rimanere un metro di paragone per tutti i testoni del mondo.

(167 – continua)

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22 pensieri su “Cappelli

  1. Sempre troppo bello leggerti, un vero spasso! Appena avrò il tempo penso che tornerò indietro nel tuo blog a leggere altri tuoi post. Di qualsiasi argomenti tratti, scrivi davvero bene, complimenti! Come si suol dire: “Tanto di cappello”! XD XD XD

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  2. Bella la foto della camerata, penso però sia una foto attuale, ai tempi in cui ero al C.A.R non c’era infatti il parquet per terra, gli armadietti erano tutti con la vernice scrostata, i materassi erano color marrone, unica cosa che rimane identica al allora sono i “cubi” fatti alla perfezione con sopra il basco amaranto.
    Sempre una meraviglia leggerti, in special modo quando inserisci frasi del tipo…..che campo affà? 😀 😀 😀

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  3. Il lavoro di mio padre per molti anni è stato commerciante di articoli per cappelli.
    Cioè nastri, fodere, sugheri e quant’altro serviva a produrre cappelli artigianali. Acquistava dalla Germania e rivendeva in Italia agli artigiani. Rilevò l’attività dal suo anziano datore di lavoro e come puoi immaginare non ebbe molta fortuna negli anni, visto l’andamento del cappello artigianale in Italia. Ma ricordo ancora l’odore del sughero e dei “marocchini”, nient’altro che nastri che se non sbaglio venivano inseriti all’interno del cappello. In quei tempi non sospetti nel classico tema alle elementari scrissi che mio padre vendeva i marocchini, con conseguente telefonata della scuola al povero genitore.
    Forse conosci lo storico negozio di cappelli di Milano, Mutinelli. Il titolare di adesso era un mio compagno di scuola e, per un discreto periodo, mio grande amico.
    Mio nonno si chiamava Gaetano.
    Ti bastano come motivi per farmi dire che mi è piaciuto il tuo post?

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    • Ma che combinazione, anche tuo nonno Gaetano! Un nome desueto, proprio come i cappelli… oggi ci vuole personalita’ per indossare un cappello, si viene visti quasi come esibizionisti… il negozio che dici e’ vicino porta Venezia, vero? Se e’ quello ci sono passato davanti qualche volta, ha un grande assortimento! Ah, ah, buffa la vendita dei marocchini! E un po’ triste che tanti mestieri artigianali si siano andati a perdere. Il consumismo non e’ compatibile con gli artigiani… Un vestito artigiano doveva durare per anni, ora invece bisogna comprare, comprare, comprare… ma tu il cappello lo metti?

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      • Esatto, vicino a Porta Venezia. Una delle prossime volte che vengo a Milano mi sono ripromesso di passarci. Esattamente come hai detto, non uso il cappello perchè sembra di voler essere troppo “originali”. E poi a me piacciono i cappelli cowboy… Non parliamo poi di consumismo, spesso ripeto alle mie figlie che bisognerebbe avere solo due o tre cambi d’abito al massimo (un poco estremista, lo so), ti lascio immaginare dove mi mandano…

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        • Ah, ah, lo immagino benissimo! Abbiamo tanta di quella roba dentro agli armadi che potremmo vestire decine di persone! Infatti quando si fanno le raccolte di abiti usati ce n’e’ sempre montagne… per far girare l’economia occorre rinnovarsi ogni anno, chi lo alza se no il Pil?

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    • Quando ho iniziato io a frequentare ormai già non si usavano più… li portavano solo le nonne, e le madri per qualche cerimonia… peccato perché uno sguardo lanciato di traverso da sotto il velo deve avere tutto un suo fascino!

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  4. Ma che bello…! Pensa che ho appena visto, qualche giorno fa, un documentario sulla fabbrica Borsalino, che è diventato sinonimo di cappello, e mi ha affascinato tantissimo proprio di come il cappello sia stato un oggetto usato proprio da tutti, e che dietro ogni cappello c’è una storia.

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    • E’ vero… e c’è anche tanto lavoro dietro un bel cappello! Forse ad un certo punto è stato visto come un accessorio borghese, non so, o inutile… adesso chi lo indossa sembra quasi che lo faccia per mettersi in mostra… magari in altri paesi si usa di più, qua da noi ormai mi pare che sia proprio un articolo di nicchia. Il Borsalino è elegantissimo ma ci vuole anche il fisico! Io l’ho provato, ma non mi sta molto bene. Per ora mi accontento del berretto, ma a breve passerò a qualcosa di più impegnativo!

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