Il giorno che il mio secolo finì

A tanti ragazzi questo racconto non dirà nulla. E’ di un mondo che non hanno vissuto, conosciuto solo per sentito dire e che a stento riescono a collegare a quanto hanno intorno. E’ storia che non si studia a scuola perché troppo recente ma allo stesso tempo così lontana. A noi che c’eravamo  il mondo cambiò sotto gli occhi, così velocemente che quasi non ce ne accorgemmo. Capimmo più tardi che stava finendo una guerra, e i vincitori non avrebbero fatto prigionieri.

Il 19 agosto del 1991 io e mia moglie stavamo tornando dalla Spagna, con la nostra Volkswagen Polo verde senza aria condizionata che l’impianto costava troppo, dove avevamo passato le ferie estive con gran delizia. Avevamo percorso quasi 5.000 km, da Como a Gibilterra e ritorno; non eravamo mai stati in Spagna e ne avevamo approfittato, oltre che per goderci il mare, per andare un po’ a zonzo.

Appassionati di politica, ci eravamo imposti di non leggere giornali e non ascoltare radio; i cellulari non c’erano, perciò non c’era pericolo di essere rintracciati da pubblicità o cattive notizie. Una telefonatina a casa appena arrivati bastava e avanzava: niente nuove, buone nuove. L’Euro non esisteva, e ci eravamo portati da casa un mucchietto di pesetas e qualche travellers cheque: 100 pesetas valevano un po’ meno di 1200 lire.

La prima settimana la passammo a Lloret de Mar, di cui sento ancora nitidamente l’odore dell’aglio del gazpacho che, sudando durante il riposino pomeridiano dal momento che nemmeno la camera aveva l’aria condizionata, si spargeva nell’aria.

In Italia il presidente del consiglio era Giulio Andreotti, perno dell’alleanza di governo a cui era stata attribuita giornalisticamente la sigla CAF (Craxi-Andreotti-Forlani); presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il “picconatore”. Il presidente americano era George H.W. Bush, succeduto a Ronald Reagan; quello dell’Unione Sovietica era Gorbaciov, che con gli slogan perestrojka e glasnost stava cercando di introdurre delle riforme per rivitalizzare un sistema sclerotizzato che perdeva colpi e repubbliche per strada. Sul soglio pontificio sedeva Papa Wojtyla, polacco, il primo papa straniero dopo 455 anni.
Lo scudetto era stato vinto, per la prima e ultima volta nella sua storia, dalla Sampdoria allenata da Vujadin Boskov; il festival di Sanremo, presentato da un imbarazzante Andrea Occhipinti ed una sontuosa Edwige Fenech, era stato vinto da Riccardo Cocciante.

Di Barcellona ci impressionarono la quantità  di gru e di lavori edili che erano in corso. La città, in preparazione delle Olimpiadi che vi si sarebbero tenute l’anno successivo, stava letteralmente cambiando pelle. Non so perché, una delle cose che ci colpì di più furono i parcheggi sotterranei che permettevano praticamente di arrivare in macchina fino alla Cattedrale. Mia moglie si era beccata una congiuntivite leggendo con la faccia rivolta al sole; e siccome io facevo solo da passeggero non pagante l’avevo in pratica costretta a guidare con degli occhiali neri calzati sopra quelli da vista, lacrimando vistosamente.

Ad est la cortina di ferro si stava sgretolando: nell’89 era caduto il muro di Berlino; l’anno dopo la Germania si era riunificata; gli stati satellite Polonia, Ungheria, Bulgaria, Cecoslovacchia e Romania si erano staccati, quasi tutti pacificamente ma in alcuni casi, come quello rumeno, drammaticamente. Le Repubblichette Baltiche erano in fermento e non vedevano l’ora di lasciare l’Unione.
In Italia stavano arrivando, da marzo, migliaia di albanesi in cerca della “Merica”; epico lo sbarco dalla motonave Valona, dei 20.000 che vennero stipati nello stadio San Nicola di Bari.

A Cordoba visitammo la Mezquita, a Granada l’Alhambra, a Siviglia la Cattedrale, dove una simpatica gitana chiamandomi Moreno voleva leggermi la mano e intanto mi toccava il sedere nell’intento di sfilarmi il portafogli; a Gibilterra andammo a trovare le bertucce, abbastanza scontrosette per la verità.

L’anno prima eravamo stati in vacanza in Jugoslavia. Era la prima vera vacanza che facevamo dopo sposati, a basso costo: eravamo in un albergo in un paesino dell’Istria, che a parte quello non offriva nient’altro. Tutte le sere l’orchestrina suonava le stesse canzoni: La famiglia dei gobbon, Rolling on the river… anche lì girammo un po’, ma non di sera perché le strade buie non lo permettevano: l’isola di Krk attraversando il ponte di Tito, Lubiana, i laghi di Plitvice, le grotte di Postumia, Lipizza… avremmo voluto tornare anche l’anno dopo se non che ci fu un piccolo impedimento: la guerra. Slovenia e Croazia avevano dichiarato l’indipendenza dalla Federazione Jugoslava, e sui laghi di Plitvice passeggiavano i carrarmati.

Da Cordoba a Madrid, non c’era niente. Chilometri e chilometri senza vedere una casa, solo ogni tanto su delle collinette c’erano delle sagome di tori, che interpretai come pubblicità delle corride ma che più tardi scoprii essere pubblicità si, ma di un gruppo commerciale: il toro di Osborne. Arrivammo a Madrid che il termometro segnava 44°; ci fiondammo subito al Prado, che almeno lì dentro si stava freschi. La sera mangiammo la prima paella della nostra vita in Plaza Mayor; ad un certo punto scoppiò un temporale improvviso e ci fu un fuggi fuggi generale; io sarei stato tentato di approfittarne come la maggior parte degli avventori, ma la consorte mi richiamò all’ordine dicendomi: non facciamoci riconoscere. Come italiani, intendeva, anche se di solito non sono mica i portoghesi che entrano e escono senza pagare?

Finiti i giorni ed i soldi, ci accingemmo a tornare a casa. Passata la frontiera a Ventimiglia, mentre stavamo già pregustando il piatto di spaghetti che ci saremmo fatti appena arrivati a casa, più per abitudine che per altro accendemmo la radio. Apprendemmo così che in Russia alcuni autorevoli membri del governo avevano deciso che era arrivata l’ora di farla finita con Gorbaciov, l’avevano arrestato insieme a sua moglie Raissa nella dacia in Crimea dove si era recato a passare le ferie e si proponevano di ristabilire l’ordine costituito.
Ricordo che pensai, e non fui il solo: era ora! Sarà pure un Nobel per la Pace, ma ha fatto un gran casino!

E invece, nel giro di una settimana, crollò tutto. Il comunismo, ma in qualche modo anche la democrazia, e iniziò la grande rapina, in Russia come in Occidente. Tra qualche anno gli storici diranno se Gorbaciov è stato un idealista o un inetto; se Eltsin un liberale o un bandito; se Clinton è stato davvero meglio di Bush e se perfino papa Woytjla, contribuendo al crollo globale, abbia fatto davvero il bene dei cristiani. Quello che so io è che ci siamo distratti un attimo, e il secolo è finito.

 (117 – continua)

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30 pensieri su “Il giorno che il mio secolo finì

  1. tu pensi davvero, Giorgio, che qualcuno tra noi o dopo di noi saprà dire, fare il punto? io no…
    c’ero…, ma mi hai riportato alla mente tante cose che già sembravano nascoste in qualche angolo di coscienza o incoscienza

    buon anno a te e a tutti i tuoi cari

    testimoniare… farlo… e riflettere.. è importante, si..

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    • Leggevo l’altro giorno che, ad un sondaggio fatto nella ex-Ddr, il 23% aveva risposto che si stava meglio prima. Nostalgici, certo, ma uno su quattro non è poco… Guardo la classe dirigente attuale e quella di allora e vedo delle figure inadeguate, grottesche… Berlusconi, Trump… comici che dettano la linea. Indietro non si torna, ma mi pare l’avanti non sia un granché. Spero che i giovani, come il tuo limone, vengano su bene… un abbraccio Dora!

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      • i giovani aiutano anche noi nei cambiamenti, quando necessitano, e anche quando non se ne accorgono. Sono spie sensibili di ciò che non va

        Ne parlammo una volta: insieme possiamo far cose e dovremmo

        dai!

        ancora un augurio, Giorgio, per te, la tua famiglia e il tuo giovanotto 🙂

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  2. Semplicemente: egregia ricostruzione, oltremodo impreziosita da ampie note di esperienza personale, zuzzerellando per la Spagna e per la ex Yugoslavia… Note che mi son goduto un mondo: mi sono rivisto in quegli anni ed ho provato ancora la stessa notizia, ascoltata alla radio, del tentato golpe dei nostalgici filo soviet d’allora.
    Che dire? Spesso la Storia è quel muro che si nota soltanto quando ci appare davanti agli occhi e, magari, ci si sbatte pure contro. Prima non è dato a molti di vedere. Tu, attraverso la tua narrazione, ne hai dato una visione alquanto efficace, oltre che veritiera. Per quanto mi riguarda, molto più terra terra, ho sempre considerato che l’URSS avesse perso la guerra fredda ed aveva scelto di afflosciarsi, prima che fosse afflosciata da altri, con devastazione di tutto il pianeta. L’unica differenza tra Gorbaciov ed Eltsin, era quella che, Gorby, chiedeva garanzie e paritarietà nelle decisioni a livello mondiale. Una gentilezza che gli occidentali non gli avrebbero mai concesso. I congiurati che erano a digiuno di visioni per il futuro, pensarono di riportare indietro le lancette. Allora intervenne Eltsin: pragmatico con l’America, ma implacabile con l’opposizione interna: una guerra persa è persa, dunque tanto vale calare le braghe, permettendo a tutti i ladri, zecche e mignatte di accomodarsi in casa Russia.Il futuro, chissà… Le ultime elezioni americane mi hanno riportato alla mente un film di qualche anno fa”The Manchurian candidate”, non ricordo il regista. Ma ricordo vagamente che si supponeva che, una corporation di quelle mega, riusciva a piazzare alla presidenza USA un candidato loro. Non volendo ricorrere a questa sf, credo più facilmente che la direzione sia stata ormai tracciata, verso un conflitto finale con l’orso russo. Lo dimostrano gli ultimi atti del nobel per la pace Obama e forse non basterà l’elezione pilotata di Trump per fermare le forze che si sono mosse. Il capitalismo è una bestia feroce e spietata, non conosce mediazioni, se non quelle imposte con spranga e la Russia di oggi non è quella di Eltsin: disponibile, aperta e supina…
    Grazie infinite per la bellissima lettura e sempre auguri……..

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    • In effetti sono parecchio preoccupato dalle ultime mosse di Obama, accusare gli hacker russi per aver perso le elezioni mi sembra oltretutto puerile e offensivo verso l’Intelligence americana. Di Eltsin mi impressionò quanto lessi tempo fa in “The shock economy” di Naomi Klein… i consiglieri economici della scuola di Milton Friedman che portarono la dottrina alle estreme conseguenze e le enormi ricchezze statali regalati a banditi e mafiosi… in piccolo poi quello che successe da noi con le privatizzazioni, ricordi i “Capitani coraggiosi”? Speriamo che l’anno nuovo riporti tutti a più miti consigli… buona notte Sal, grazie delle tue note sempre interessantissime.

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      • E’quel che spero anch’io, che l’anno nuovo riconduca gli spiriti di tutti a più miti consigli… Ne parlavo giusto l’altro giorno con la mia dolce metà, di come, alla fine, il buon Trump finirà per fare solo quel che converrà all’establishment: la guerra contro la Russia è stata già pianificata ed una iniziativa bypartisan. Trump potrà proibire l’aborto, i matrimoni omosessuali, eliminare la Obama care, tagliare le tasse ai ricchi, dare sfoggio del peggior conservatorismo in stile razzistico, rafforzare l’embargo a Cuba, però non potrà sottrarsi dal proseguire nelle manovre d’avvicinamento al conflitto, già portate avanti dai suoi predecessori. Gli ultimi atti di Obama lo dicono forte. Anche dal Gop sono pronti a metterlo sotto accusa, se dovesse sul serio cercare un accordo con Putin….

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    • Dovremo aspettare che le risposte non le diano esclusivamente i vincitori, come spesso nella storia… quelle magnifiche sorti e progressive che qualcuno si aspettava non si sono viste, almeno finora. Le disuguaglianze sono aumentate e il mondo è in subbuglio peggio di prima… noi credo le risposte ce le siamo già date, per quello che valgono… un caro saluto Franz, e buon Anno!

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  3. Caro Giorgio, qualcuno mi ha detto che noi non conosciamo la realtà, quella che per noi è realtà altro non sarebbe la nostra rappresentazione di essa perché di fatto l’Essere è determinato dal Pensiero, la colpa di tutto ciò la possiamo dare al principio di immanenza che non ci permette un accesso immediato alla conoscenza in quanto risulterebbe dubbia, ponendo la realtà sopra l’Essere anziché il Pensiero sopra la realtà.
    A questo punto ho mandato a cagare quel qualcuno… 😀 😀

    Come sempre descrivi la realtà in modo impeccabile e con tanta tanta ironia che non guasta mai!

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  4. Nel 1991 anch’io, armato di travellers cheques e pesetas, ho fatto il mio primo viaggio in Spagna (che tra l’altro era pure il mio viaggio di nozze). Chissà, magari senza saperlo, ci siamo incrociati tra Madrid e Barcellona!!!
    Buon ANNO!!!!!

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  5. Pingback: España cañí | L'uomo che avrebbe voluto essere grave

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