Standing ov(ul)ation

In attesa che la ministra della Salute e della Riproduzione faccia spirare per decreto quel ponentino che tanto stimolerebbe la crescita demografica (di cui sono un serio studioso come ho già dimostrato nel saggio Demografia e libertà ), mi trasformo in Alberto Angela e fornisco alcuni dati che aiutano ad inquadrare il problema. Sulle soluzioni, al momento, i pareri sono discordi.  Non invento niente: quanto riporto è un copia-incolla degli indicatori demografici del rapporto Istat 2015, che confronto (in rosso, per i non daltonici) con quelli di un paese africano preso a caso facendo an-ghin-gò sulla carta geografica: la Tanzania¹

***

Al 1° gennaio 2016 la popolazione in Italia è di 60 milioni 656 mila residenti (-139 mila unità). Gli stranieri sono 5 milioni 54 mila e rappresentano l’8,3% della popolazione totale (+39 mila unità). La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55,6 milioni, conseguendo una perdita di 179 mila residenti. Tanzania: 51 milioni 45 mila.

I morti sono stati 653 mila nel 2015 (+54 mila). Il tasso di mortalità, pari al 10,7 per mille, è il più alto tra quelli misurati dal secondo dopoguerra in poi (Tanzania 8 per mille. Da noi l’8 per mille è un’altra cosa). L’aumento di mortalità risulta concentrato nelle classi di età molto anziane (75-95 anni). Il picco è in parte dovuto a effetti strutturali connessi all’invecchiamento e in parte al posticipo delle morti non avvenute nel biennio 2013-2014, più favorevole per la sopravvivenza.

Nel 2015 le nascite sono state 488 mila (-15 mila), nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia. Il 2015 è il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna. L’età media delle madri al parto sale a 31,6 anni. (Tasso di fecondità delle tanzaniane: 4,89; età media al primo parto: 19,5)

Il saldo migratorio netto con l’estero è di 128 mila unità, corrispondenti a un tasso del 2,1 per mille. Tale risultato, frutto di 273 mila iscrizioni e 145 mila cancellazioni, rappresenta un quarto di quello conseguito nel 2007 nel momento di massimo storico per i flussi migratori internazionali. Le iscrizioni dall’estero di stranieri sono state 245 mila e 28 mila i rientri in patria degli italiani. Le cancellazioni per l’estero riguardano 45 mila stranieri e 100 mila italiani.

Gli ultrasessantacinquenni sono 13,4 milioni, il 22% del totale (in Tanzania il 2,79). In diminuzione risultano sia la popolazione in età attiva di 15-64 anni (39 milioni, il 64,3% del totale) sia quella fino a 14 anni di età (8,3 milioni, il 13,7% _ in Tanzania il 44,34% _). L’indice di dipendenza strutturale sale al 55,5%, quello di dipendenza degli anziani al 34,2%.

Diminuisce la speranza di vita alla nascita. Per gli uomini si attesta a 80,1 anni (da 80,3 del 2014), per le donne a 84,7 anni (da 85). L’età media della popolazione aumenta di due decimi e arriva a 44,6 anni. (In Tanzania per ora si vive meno, e questo dovrebbe sconsigliare dall’ andar da quelle parti a passare la vecchiaia: 61,71 anni; l’età media però è di 17,5 anni).

***

Insomma, a leggere asetticamente le cifre sembra i tanzaniani  si riproducano freneticamente  mentre noi ci estinguiamo come i dinosauri; è evidente che non abbiamo più voglia o non siamo più capaci di fare figli; tutto sommato guardandosi intorno potrebbe anche essere una buona notizia, chissà. 

¹ Fonte: Word Factbook (Cia)

famiglia

 

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25 pensieri su “Standing ov(ul)ation

    • Mi piacerebbe scoprirlo! Loro con la fertility non dovrebbero avere problemi, al contrario… Il bello è che noi ci facciamo tutti questi problemi, ma forse non ci rendiamo conto che il resto del mondo ci vede come l’America, anzi meglio!

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  1. Leggendo la cosa con occhi darwiniani, si potrebbe osservare che: l’aspettativa di vita più lunga, riduce la fertilità e dunque la prolificazione. L’aspettativa di vita più breve, favorisce la prolificazione, in perfetto accordo con l’istinto di sopravvivenza. Dunque siamo al paradosso che: le politiche di sfruttamento e colonialismo dei secoli passati, hanno creato una situazione esplosiva. Nel terzo mondo colonizzato la prolificità è sempre ad altissimi tassi. Nel primo mondo colonizzatore il tasso di natalità è in calo. E, dove non lo è, è solo per il semplice fatto che si assorbono immigrati a pieno ritmo, come negli USA. In poche parole, il futuro prevede un occidente in crisi di natalità, però con livelli di invecchiamento piuttosto alti, sempre più assediato da un terzo mondo sempre più prolificamente aggressivo e giovane, ma dai tassi di mortalità elevatissimi… Che si tratti di un boomerang dovuto al colonialismo?
    Un caro saluto

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    • Eh già, tutto si tiene, e prima o poi i nodi vengono al pettine… mi dispiacerebbe una perdita di “italianità”, intesa come cultura ed un certo modo di vivere e rapportarsi, al netto delle cialtronerie che pure ne abbiamo tante… ma io ormai posso farci poco! La ripopolazione non passerà di qua. 😂

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      • E’nell’ordine delle cose che sia così, mio caro gio: le culture sono costituite da esseri viventi. E vivono anch’esse solo se si è in grado di mediare e fare in modo che si mescolino, arricchendosi e rinnovandosi, in modo intelligente. Altrimenti invecchiano e muoiono, come tutte le cose del resto. E’ malinconico, ma è così, possiamo soltanto cercare di farcene una ragione….

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        • Se avessi una trentina di anni in meno e non fossi impegnato mi mescolerei volentierissimo! 🙂 così non mi rimane che farmene una ragione. Chissà tra trenta anni! Penso ai miei genitori, ad esempio… come avrebbero potuto immaginare un mondo che cambiava così? Ma anch’io, per dire, già pensare a Milano mi metteva soggezione, ora arriva il mondo e non ci si meraviglia più… nei tempi lunghi ci sarà per forza un riequilibrio, nel breve ci toccherà ballare, sperando che la nave regga le onde… buon fine settimana Sal!

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          • E’quel che mi auguro anch’io: che la nave regga agli scossoni della globalizzazione. E che,tra qualche decennio, anche se la nostra cultura dovesse risultare mutata, al punto da essere poco riconoscibile, comunque possa garantire un minimo di sicurezza e serenità per le generazioni a venire. E’quel che conta, poichè, anche senza migrazioni, con l’evoluzione sociale e tecnologica in corso, comunque resterebbe sempre molto poco di noi e di chi ci ha preceduto: è nell’ordine delle cose che debba essere così…

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  2. lascio un pensiero un po’ a lato, ma.. potrebbe starci.
    quanto è la diversità culturale dei popoli a farne anche una differenza su certi numeri?
    non mi piacciono i limiti di quella favola sull’ignoranza, spesso gira…, che farebbe generare bambini in situazioni difficili senza preoccuparsi del loro avvenire. La nostra pretesa superiorità e saggezza di popoli progrediti…
    tra l’altro noi così progrediti e poi in calo di progressione che ci troviamo a dover vedere come un gran problema mettere al mondo un figlio perché: come soddisfare tutti i bisogni naturali, ma anche quelli che ci siam creati nei secoli, e che potevano non essere indispensabili, e non sempre lo sono.
    non so se riesco a spiegarmi
    So nulla o davvero poco per comprendere altre popolazioni, lo ammetto
    dell’Italia comprendo per me stessa che la precarietà o l’assenza di lavoro fa vedere come improbabile la presenza d’un cucciolo
    ma è anche il tempo di prendersene cura: uno si interroga. Anche chi un lavoro sufficiente alla fame e alla sete ce l’ha
    superabile tutto questo? i nostri avi generavano figli su figli anche in situazioni di miseria? vero, ma… ecco.. torniamo a interrogarci sulla situazione… l’ambiente.. non so

    poi ci sarebbe da non dimenticare la gioia della vita, prima ancora della gioia di mettere al mondo un piccirillo, e anche più di uno

    la gioia della vita…

    miei interrogativi, a sconnessioni, si, banali?…ma…

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    • Non li trovo affatto banali… Condivido i tuoi interrogativi… secondo me il nostro “progresso” contiene una buona misura di egoismo… e quindi si, prima bisogna realizzarsi e poi si fanno i figli… come fasi diverse della vita. Ma non puo’ essere, o non solo, cosi’… certo poi ci sono tutti i vincoli, gli alibi, le limitazioni, le condizioni proibitive… bada io non posso insegnare niente a nessuno perche’ anch’io sono stato uno di quelli… prima ci sposiamo, la casetta, aspettiamo un po’ , goodiamoci la vita… e poi non e’ detto che i figli arrivino quando si vuole. E quanti si vuole… comunque stiamo tranquilli, le persone su questo mondo sono anche troppe… un domani gli italiani saranno tutti italo-qualcosa. Ci guadagneranno tutti nello scambio di geni!

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      • a volte, credo, sia la paura di non riuscire a dare ai figli tutto quello che potrebbero desiderare… a volte è proprio la consapevolezza delle contraddizioni del nostro progresso…
        Per la ricchezza dello scambio di geni:
        in fondo lo siamo da secoli un incrociarsi, a ricordarlo…
        buona serata, Giorgio
        al prossimo articolo

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  3. vai in google e digita “Profezia di Pier Paolo Pasolini”…tutto visto…del resto si ripete un ciclo migratorio che già vide l’alba della specie umana (tutta di origine africana)…diventiamo multietnici? Finalmente!…Tanto Dante Leonardo, Raffaello, Marconi etc…mica so più italiani….appartengono al patrimonio culturale del Globo…come i graffiti del Sahara….ciao Gio

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  4. Io il secondo figlio non l’ho fatto perchè, fatti i conti della serva (o della casalinga di Voghera, se ti piace di più), non me lo potevo proprio permettere. In termini di pannolini e latte in polvere, eh.
    Ora che il figlio esistente è grande mi domando come farei, se fossi stata abbastanza incosciente da generarlo lo stesso. Tipo per comperare i libri, che ogni volta è un salasso.
    La denatalità è un po’ legata al “sistemiamoci e poi vediamo” che non tiene conto del fatto che a 40 anni non bisognerebbe più fare figli, e quindi la natura fa il suo corso. Ma è anche legata al fatto che i ragazzi non hanno modo di andare a vivere da soli, sposarsi o convivere, e si sentono troppo precari per affrontare le spese che un figlio comporta.
    Ora, per noi, è inconcepibile fare come quando mia madre era piccola: una unica grande casa in cui tutti i figli portavano le mogli, e in qualche modo i bambini si crescevano lo stesso. Magari con poco.
    Ecco forse in Tanzania si vive ancora in parte così, e si spiegano le differenze.
    Io credo che la voglia di fare figli ci sia. Forse un po’ meno quella di crescerli. Ho davanti tanti adulti viziati che continuano a fare i figli. Su questo farei un po’ di pubblicità progresso.

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    • Guarda, io il più grosso rimpianto che ho è quello di non aver fatto un figlio prima. All’età in cui mia moglie ha fatto il primo figlio, mia madre ne aveva già fatti quattro… e mia suocera tre… ognuno fa le sue scelte, tutte rispettabili naturalmente. Il fatto è che una volta, quando ci si metteva insieme, era proprio “per metter su famiglia”, che sottindendeva il fare figli… ora privilegiamo altri aspetti dello stare insieme, anche se poi finisce che anche quelli non bastano, spesso deludono, visto il numero di separazioni che ci sono… non c’è nemmeno da sottovalutare il fatto che tante coppie non si sposano nemmeno più. Io ho un figlio solo, come te, mi sarebbe piaciuto averne parecchi altri ma non è stato possibile (e l’età qua c’entra, eccome); ricordo ancora quando ero bambino quanto guardassimo strani i figli unici… ci sembravano fenomeni da baraccone! Chi avrebbe mai immaginato che sarebbero diventati la maggioranza, e i fenomeni da baraccone le famiglie numerose…

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      • sono la quarta di cinque, e non avrei mai fatto tanti figli, perchè me lo ricordo fin troppo bene cosa significa stirare per sette!
        Ma uno solo è poco, per tanti motivi.
        Poi la vita va come deve, ma razionalmente ed a giochi fermi, i figli si fanno presto e non se ne dovrebbe fare uno solo.
        Però appunto… se le famiglie non sono in grado di formarsi e generare, non è dicendo alle donne che sono di serie b per questo, che stimoli la natalità.
        E’ molto più complesso di così.
        Se prendiamo Paesi più vicini a noi, anche culturalmente, ci rendiamo conto di quanto sia più facile fare figli altrove.
        Aldilà di tutti gli errori che le famiglie fanno.
        E il governo è corresponsabile delle nostre scelte in questo senso.

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