Piccoli segnali della fine del mondo

Lo scorso fine settimana sono stato testimone di due piccoli, ma inequivocabili, segnali della fine del mondo così come noi gente del secolo scorso lo abbiamo conosciuto. Domenica, in uno dei tanti travestimenti ai quali in età più responsabile mi sottraevo con decisione, ho partecipato alla sfilata storica del Palio del Baradello, una rievocazione dove in base a fonti precarie si ricorda l’ingresso festoso del Barbarossa a Como, sua fida alleata contro i perfidi milanesi, che volevano pensa un po’ gestirsi da soli le tasse. Di una monotonia esasperante, questi milanesi. Di solito faccio la mia onesta parte di comparsa interpretando un signorotto del borgo; questo sia per una evidente predisposizione naturale che per una implausibilità nell’affidarmi ruoli che richiedano eccessiva prestanza fisica, o dimestichezza con lavori manuali; anche come frate lascerei a desiderare. Del resto già il fatto che un marchigiano interpreti un medievale comasco costituisce una forzatura, mitigata forse dalle comuni origini celtiche, almeno a sentire un condottiero padano con figlio laureato alla libera università di Tirana, Albania.

Il passaggio del corteo di solito avviene tra ali di folla festante; applausi scrosciano al passare del Borgo a cui si appartiene o per il quale si simpatizza. Le acclamazioni quest’anno sono state invece piuttosto fioche, e ci ho messo un po’ a capire il perché: avevano tutti le mani occupate. Tutti impegnati a riprendere, fotografare, immortalare, fissare nella memoria fissa del loro dispositivo mobile quegli sconosciuti che gli sfilavano davanti. Devono esserci centinaia di foto di me medievale in giro; spero di non essermi in quel momento grattato il naso, e la lingua sia rimasta al suo posto. Sono convinto che, se non ci fosse stato vietato da severi custodi dell’ortodossia medievale, anche noi avremmo sfilato con cellulare in mano riprendendoci l’un l’altro.

Lunedì invece (oltre il fine settimana, ma si trattava di un giorno di ferie forzate a causa di contratto a tempo molto determinato, piccolo segnale anch’esso) siamo tornati all’Expo. E basta! direte: avete ragione, ora basta, anche perché di fare tre ore di fila per vedere il padiglione del Kazakistan non me la sento. Un piccolo inciso: dal parcheggio di Arese all’ingressio di Roserio ci vogliono venti minuti di navetta. Lunedì ne abbiamo impiegati il doppio: forse il tema del prossimo Expo sarà quello della mobilità sostenibile? E’ dimostrato comunque che il traffico non si diminuisce costruendo più strade, ma casomai togliendo di mezzo le macchine. E poi che ci fa tutta quella gente in giro alle 9 di mattina invece di lavorare? Quando c’erano gli operai a quell’ora la fabbrica era piena da un bel pezzo. Comunque, dopo code e padiglioni, alle 21 ero davanti all’Albero della Vita, pronto a godere dello spettacolo. Che è quello delle centinaia di telefonini rivolti verso l’Albero, alla cattura delle medesime immagini ormai riprodotte a milioni su Internet; e centinaia di persone che guardano il proprio telefonino piuttosto che quello che hanno davanti.

E’ esistito, ed è bene ripeterlo ai più giovani, un tempo in cui non solo non esistevano gli smartphone, ma addirittura i cellulari; in media noi pre-digitali avevamo a disposizione due ore in più al giorno. Che magari impiegavamo per far niente, ma sicuramente non per cliccare “mi piace” sul Librofaccia.

Ma la speranza come sempre viene dal passato. Sabato, mentre mi recavo in autobus a sistemare l’abbonamento del mio telefonino (ce l’ho anch’io, che credevate?), mi sono ritrovato vicino ad un gruppetto di arzilli vecchietti, dove spiccava un’ottantenne non molto alto, capelli e baffi bianchissimi molto curati. Un barbiere d’altri tempi, direi. Questo signore stava sostenendo con una quasi coetanea allibita di avere sparso per il mondo ben otto figli, e di non averne riconosciuto nemmeno uno: non per cattiveria, ma perché essendo le loro madri svizzere, la distanza non gli avrebbe permesso di donare loro l’affetto del quale avrebbero avuto bisogno. Alla altruistica deliberazione la signora vieppiù scandalizzata rimostrava, chiedendo allo stagionato latin lover  se non si vergognasse e con che razza di donne si fosse messo; serafico il nostro rispondeva che si trattava di donne come le altre, che avevano voglia di ballare e di divertirsi; con le quali aveva fatto l’amore con pieno consenso (e soddisfazione), cosa della quale non era affatto pentito. Peraltro, specificava, i figli non li aveva fatti con otto donne diverse ma con cinque: dunque, facendo due conti, o c’erano stati dei parti gemellari o con qualcuna era stato recidivo.

Apprendevo così che un tempo le vicine elvetiche erano,  con i barbieri di bassa statura, persino più generose di quanto non sia oggi la cara Olena con i gravi uomini, ed è tutto dire.

A riprova della sua buona condotta il rubacuori asseriva anche di averne fatti altri due di figli, ma in Italia, e quindi questi di averli riconosciuti. Meno male, rispondeva la vecchina sull’orlo del collasso; al che un loro compagno dall’aspetto abbastanza malandato, che fino a quel momento sembrava pisolare, dichiarò di essere stato sarto per signora, e di essersi dovuto difendere chissà quante volte dalle insidie delle sue clienti. Credo che la signora che gli sedeva accanto e scuoteva la testa fosse la sua consorte, e questo forse condizionò la considerazione dell’uditorio; io colsi però lo sguardo dell’antico sarto posarsi sulla moglie, e offuscarsi da un velo di rimpianto.

Ho citato questo breve episodio solo per dire che, fortunatamente, i figli possono vivere anche senza o malgrado i genitori; e questo ci può far sperare che, se grazie a genitori come noi l’attuale generazione è quella che è, forse la prossima, senza di noi, sarà un po’ migliore.

(61. continua)

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16 pensieri su “Piccoli segnali della fine del mondo

    • Secondo me c’è una forte componente di narcisismo; il farsi vedere o il far vedere quello che si è fatto… non importa che poi per la maggior parte non interessi niente a nessuno, tanto ognuno è impegnato a far vedere quello che “lui” ha fatto… comunque io predico bene e (a volte) razzolo male… ogni tanto su fb qualche foto mi scappa… ma a a mia (parziale) discolpa c’è mia madre che da 500 e passa km di distanza e dalla sua bella età di 80 anni vuol vedere quello che combina ancora il suo figlioletto… ed io la assecondo…

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  1. Io vedo la nuova generazione così disastrata già con noi ancora presenti e credo che il futuro sarà pessimamente “disumano” purtroppo. Quindi spero che presto tutti questi aggeggini vadano in tilt e che si ritorni alla buona e sana “umanità” e si perda per sempre questo attaccamento morboso al virtuale, che sta distruggendo non solo i giovani ma la vita di tutti in generale. Tempo fa commentavo i post di un esimio professore, di una certà età, che faceva dipendere il bello e il brutto tempo delle sue giornate a suon di “like” nel suo canale youtube. Troppa gente purtroppo dipende da cose così ridicole che davvero mi chiedo poi alla fine chi sono i genitori e chi i figli 🙂

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    • Spero che i giovani ci facciano cambiare parere! Io riconosco alla mia generazione parecchie pecche e colpe… non ultima quella di voler essere giovani a tutti i costi. Forse anche entrare nei social è stato un abuso… non era meglio lasciarlo a loro? Mi chiedo. Ed è vero che si genera un attaccamento morboso… oddio, chi avrà letto il mio post? Perché cosa lì non avrà messo mi piace? Spero che, come tutte le esperienze basate sulla tecnologia, vada a finire per obsolescenza…

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