Posso recitarvi una poesia in cambio di una monetina?

In anni e anni di pendolarismo credevo di averle viste tutte. Ma il ragazzo che ieri è passato chiedendo se per favore potevo dargli una monetina, che in cambio mi avrebbe recitato una poesia, mi ha lasciato pieno di tenerezza e vergogna. Tenerezza per la sua timidezza, per la dignità della sua richiesta, per quell’atteggiamento che voleva dire  “mi dispiace disturbarvi, non lo farei se non avessi così tanto  bisogno ma voglio darvi qualcosa di mio”, per quel quadernino a quadretti che teneva stretto in mano, per i vestiti laceri e sporchi che indossava e per la magrezza che sottolineava i troppi pasti saltati; tenerezza perché avrebbe potuto avere l’età di mio figlio e chissà se da qualche parte avesse un padre, e se questo potesse permettersi di preoccuparsi anche per lui.

Si fa il callo a tutto, lo sappiamo; e poi, quando si ha la pancia piena, da persino fastidio incontrare chi ha bisogno. Avrà bisogno veramente, poi? O sarà tutta una scusa, e in realtà non ha voglia di lavorare, e quei soldi gli serviranno per ubriacarsi, per drogarsi, o sarà legato a qualche tipo di mafia degli accattoni? O saranno zingari?

Lavoro a Milano e di gente che chiede, per strada, in metropolitana, anche sul treno, ce n’è a bizzeffe. C’è una signora, alla fermata dove scendo per recarmi in ufficio, che quasi tutte le mattine è lì, ferma, in attesa che passi qualcuno da abbordare per raccontargli la sua storia. Disoccupata dice, vuole solo un aiuto per tirare avanti da chi, più fortunato di lei, il lavoro ce l’ha ancora. Sarà vero? Sa che la sua storia può andar bene una sola volta, per quella volta che ti fermerai credendo che quella signora dall’aspetto decoroso che si avvicina bisbigliando voglia chiederti delle informazioni, e che la volta dopo cercherai di evitarla: così ha bisogno di fermare gente sempre nuova. Sempre lì, da anni.

Col tempo, ho adottato una mia politica nel dispensare monete. Favoriti sono i musicisti: a chi suona in metropolitana di solito qualcosina lascio, se proprio non strimpella in maniera indecente. Ogni tanto c’è qualche violinista, ad esempio, che invidio molto. Qualche tempo fa c’era un ragazzo che non suonava ma si portava dietro un microfono collegato ad un amplificatorino, e cantava: ne ho seguito l’evoluzione della carriera ed all’inizio era un vero strazio; man mano però migliorava, fino a riuscire ad improvvisarsi showman: alla fine invitava tutti i passeggeri a battere le mani e a fare il coro con lui. E’ sparito, chissà dov’è?

Non lascio niente a chi usa i bambini piccoli; a chi ha dei cuccioli, dipende; qualche volta a chi vende libri o riviste. Per il resto, di solito abbasso la testa e passo oltre. Mi è rimasta impressa una storia che mi ha raccontato un amico, di ritorno da un viaggio in India: a Bombay, fuori dall’albergo dove alloggiava, per difendere gli ospiti dall’assalto dei questuanti c’erano degli inservienti con dei bastoni di bambù, incaricati di far largo tra la folla. Dopo un po’, a questa macchia di colore indistinta non si faceva più caso, ne al mulinare dei bastoni degli sherpa in guanti bianchi.

Così, giorno dopo giorno, mi accorgo che l’abitudine mi spinge ad usare l’indifferenza come bastone di bambù: e mica posso aiutare tutti io, cercate qualcun altro, non vedete che sono impegnato, sto leggendo il giornale, sto postando su facebook, non si può stare un attimo tranquilli?

Ed ero proprio così, impegnato a far niente, quando il ragazzo si è avvicinato. All’inizio non ho alzato nemmeno la testa, eccone un altro ho pensato; poi la coda dell’occhio ha colto quel quaderno stropicciato e le mani che delicatamente lo stringevano. Ho realizzato allora che quel ragazzo mi stava offrendo quanto di più prezioso avesse, un pezzetto di se, per una misera monetina;  e che forse, più ancora della monetina, gli sarebbe piaciuto che qualcuno l’avesse ascoltata, la sua poesia.

(57. continua)

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12 pensieri su “Posso recitarvi una poesia in cambio di una monetina?

  1. bah…
    non so…
    il primo pensiero è stato: ma nopnn sanno proprio più cosa inventarsi?

    poi, non so… non so proprio.
    Ci sarebbe tanto da scrivere, da pensare, da dire…
    ma il tempo è tiranno.

    Comunque continuiamo a pensarci
    per chiarirci le idee… chi lo sa che non ci si riesca.

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    • Si, l’ho pensato anch’io. Che ti assicuro, col tempo sono diventato un vero stronzo. Ma questo aveva qualcosa… magari mi sbaglierò… se lo rivedo però mi faccio lasciare una poesia, vediamo se ci convince. Un abbraccio!

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  2. Questa, fino ad ora, non mi è mai capitata. Anch’io ho dovuto fare una dura scelta, diventando di roccia e non allungando elemosine in strada. Soprattuto ricordo di un giovane sempre fermo davanti ad un super. Sembrava che quello fosse diventato il suo ufficio. Altri ragazzi sono andati avanti per mesi, una coppia di giovani. Lei si capì, ad un certo punto, che ne aveva abbastanza di quella vita. Litigarono e lui rimase imperterrito. Poi sparì anche lui… Ma se dovessi incontrare qualcuno che mi propone uno scambio del genere, credo proprio che non riuscirei a restare impassibile, come quando ascolto qualcuno suonare o cantare…
    Complimenti per il post ed un caro saluto…

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  3. capitato anche a me, alla stazione di Firenze, mentre aspettavo l’arrivo del treno c’era un signore ai capelli bianchi ed occhi dolcissimi che aveva in mano dei foglietti … “la vuoi una poesia? sono mie!”. Ancora conservo quel foglietto su cui aveva scarabocchiato con una calligrafia incerta poche righe….

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  4. Caro Giorgio in effetti l’idea di quel ragazzino mi piace e penso , mi fosse capitato incontrarlo,che avrebbe stimolato in me una curiosità nell’ascoltare la sua poesia. in generale dare monetine a destra e sinistra francamente non è più nelle mie corde se non in rari casi, dove immagino ci sia meno voglia di fregarti . E poi parliamoci chiaro , non si può sistematicamente alla stessa persona donare monetine. Non è il gesto in sè che mi dà noia ma la ripetitività. Qui da me c’è sempre, appoggiato al muro di una scuola, con il cappello in mano, un bel giovane di colore, vestito decentemente, che tutte le volte che passo, sistematicamente, mi fa :”ciao mama, mi dai qualcosa?”. Io lo saluto cordialmente e passo oltre, e lui: ”al ritorno allora e mama?”. Ecco in questo caso non posso sempre, come una tassa ,quando passo di lì elargire. A volte per un caffè sì ma non sempre.Un bacione. Isabella

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    • Si, sono d’accordo, non si può dare l’abitudine. A dire la verità uno a cui do qualcosa quasi sempre c’è, ed è un ragazzo del Camerun che vende calze, cappellini, ombrelli etc. col suo carrellino nel piazzale della Coop dove facciamo spesa. In questo caso c’è almeno la finzione di commercio; ho comprato chissà quante calze che poi non uso… ogni tanto mi rifugio dietro la scusa che mia moglie (la “capa” la chiama lui, e non ha tutti i torti) non vuole che compri ancora calze. Insomma, ne ho adottato uno… poi ogni tanto sparisce, quando trova un lavoro regolare per qualche mese, che gli consente di rinnovare il permesso di soggiorno. Paolino si chiama, e gli dico sempre che dev’essere di origine napoletana… abbiamo avuto una bellissima discussione all’epoca della strage di Charlie Edbo… una persona di grandissima apertura e umanità. A volte penso che farei se mi trovassi nella sua situazione, ma non mi so dare risposte. Spero di non doverlo scoprire mai! Ciao Isabella

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