Ricominciamo!

Così cantava quell’animale (da palcoscenico) di Adriano Pappalardo nel ’79; da allora avrà chiesto di lasciarlo gridare almeno un milioncino di volte, con le vene del collo gonfie, e nessuno sano di mente si è mai azzardato a negargliene il permesso.

In queste settimane di vacanza mi sono rifiutato di ascoltare telegiornali e leggere giornali; tra l’altro non ho trovato in edicola nemmeno la mia amata Cronaca Vera, e dunque sono a corto di notizie. Mi ero ripromesso di scrivere qualcosa ogni giorno raccogliendo l’invito “nulla dies sine linea” del poco accorto concittadino Plinio il Vecchio, ma la pigrizia ha avuto la meglio e di tante cose che avevo in mente di fare non ne ho fatta mezza.

Nel frattempo la mia dolce metà ha cercato di usufruire dell’assicurazione vita stipulata in suo favore, facendomi camminare per ore sotto al sole nella Riserva dello Zingaro; e poi, sopravvissuto, istigandomi a visitare la Salina di Calcara alle due  e mezza del pomeriggio. Lo consiglio a chiunque voglia suicidarsi con eleganza, magari senza cappello.

Con tutta la famiglia, mogli figli fratelli sorelle nipoti e affini, ci siamo poi ritrovati al paesello per festeggiare il compleanno di mamma e babbo. Ottanta e ottantasette anni, un bel traguardo. Tutti e due ancora compatibilmente in gamba, mio padre guida ancora la macchina anche se le ginocchia gli fanno male e ogni tanto gli cedono. Un dottore gli ha detto che ci sarebbe da sostituire un pezzo qua e un pezzo là, ma lui gli ha risposto come rispose zia Catò a chi gli diceva che sarebbe stato il caso di mettersi la dentiera visto che non ce la faceva più a mangiare: ormai, che me torna.  Che me torna, cioè ormai che convenienza posso averne?

Prima di tornare a casa mi sono fermato al cimitero, che è sulla strada. Erano anni che, con una scusa o l’altra, non andavo. Ma prima di partire avevo chiesto a mia madre di tirar fuori la foto di nonno Gaetano in Abissinia per farla vedere a mio figlio, e così mi è venuta voglia di andare a trovarlo.

Non l’ho trovato. Nel posto dove l’avevo lasciato, nella terra vicino ad un suo antico amico di bisbocce, non c’era più. Nella piccionaia al piano di sotto, vicino a nonna Nunziata, nemmeno. Ho avuto una specie di vertigine, non ricordavo niente, non trovavo più mio nonno, l’altra mia nonna, zia Catò… sono tornato di sopra, a cercare meglio tra le croci poste sul prato. Vi ho ritrovato l’amico Giancarlo, che pensavo da tutt’altra parte, e lì vicino una presenza che non mi aspettavo: Patrizia, una compagna di scuola delle medie. Non sapevo che fosse morta, o forse mi era stato detto ma non ci avevo creduto.

Mi è  presa una botta di commozione. Era bella, Patrizia; era una delle due che chiamavo sempre nelle interrogazioni di scienze di Ancillani, quando era obbligatorio nominare un partner di sesso opposto;  abbastanza spiritosa da far finta di arrabbiarsi e abbastanza brava da non temere l’interrogazione. Rideva tanto, aveva un gran sorriso ed un seno prosperoso sul quale le nostre fantasie adolescenziali si sbizzarrivano; ogni tanto i più temerari provavano ad allungare una mano: a volte lo schiaffo anticipava il tentativo ed a volte lo seguiva, era un gioco delle parti senza alcuna volgarità. Nessuno di noi la immaginava come fidanzata, troppo vistosa, troppo impegnativa, ma come compagna di giochi si, eccome; alla fine delle medie la persi di vista come la maggior parte di quei compagni, e ne ebbi solo sporadiche notizie. La rividi durante una cena indetta per festeggiare i venticinque anni dalla fine proprio delle medie, più o meno splendidi quarantenni; c’eravamo quasi tutti, e anche tanti di quei vecchi professori. Patrizia c’era e mentre per qualche attimo sembrava che, specialmente i ragazzi, tornassero indietro nel tempo, lei  partecipava guardandoci con tenerezza, come una sorella maggiore, ma con uno sguardo velato dal disincanto. Sembrava sapere qualcosa a noi nascosto: che anche quel momento sarebbe passato, tutti saremmo tornati alla vita di ogni giorno, e quel bel tempo quando l’unica preoccupazione al mondo era per noi quella di sbirciarle il petto, e per lei quella di fingere di indignarsi, non sarebbe tornato più.

(56. continua)

ricominciamo

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15 pensieri su “Ricominciamo!

  1. Grazie di essere sopravvissuto ai tiri della tua dolce metà, e grazie di essere tornato qui a scrivere 🙂
    Purtroppo i tempi belli non tornano e quando la vita è in vena di cattiverie ce lo ricorda nel peggiore dei modi…

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  2. Ciao Ivano grazie, ho visto invece che tu sei stato sul pezzo tutta l’estate e devo mettermi in pari… avevo scritto anche dei commenti ma questo m…tto telefonino spesso mi fa perdere tutto! A presto, Giorgio

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  3. Oh Giorgio ma che piacere leggerti.Sei bravissimo non solo nello scrivere ma soprattutto nel raccontare episodi di vita che ti appartengono. Sei spiritoso quel tanto che basta a farmi ridere ( o sorridere a seconda…) e riesci anche a farmi commuovere. Insomma debbo per tutto ciò ringraziarti abbracciandoti forte. Anche tua moglie mi è simpatica. Saluto con un sorriso entrambi. Isabella

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    • Grazie Isabella, riferirò alla mia signora anche se ha tentato di rimanere vedova… questa paginetta l’ho letta anche a lei, e mi ha detto che se non ho più il fisico per fare certe cose non e’ colpa sua… avrà ragione? Mi sa di si. Al cimitero c’era anche lei, e mi aveva visto confuso, ma solo dopo ha capito perché… dovevo scriverglielo, se no niente, non ci arrivava! Ridiamo un po’ cara Isabella, riuscire ancora ridere insieme dopo tanti anni e’ una delle cose più belle dello stare insieme, non trovi! Un abbraccione, e bentornata anche a te!

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