L’Omino di Burro

L’altro giorno una amica, volontaria in una mensa per poveri (lo dico fintanto che il politicamente corretto non obbligherà a definirli diversamente ricchi), mi raccontava degli episodi che l’hanno messa seriamente a disagio, e non posso negare che altrettanto abbiano fatto con me.

La premessa è che in questo esodo che avviene dall’Africa , nella confusione e inettitudine degli organismi che dovrebbero essere preposti a governarlo, stanno arrivando sì persone duramente toccate da guerre, persecuzione e carestie ma anche persone che si muovono spinte da puro utilitarismo. Avrete già capito che non amo le ipocrisie: e dunque nemmeno quella del tutti bisognosi e tutti buoni. Ne tutti bisognosi ne tutti buoni, e non è poi detto che i bisognosi siano per forza buoni: perché dovrebbero esserlo, poi.

Uno degli episodi, minimo ma emblematico, è questo: una mattina, a colazione, due giovani hanno protestato vivacemente con i volontari, fino ad arrivare a vie di fatto, perché ad uno era stata data una brioche ripiena di marmellata mentre all’altro di Nutella. Volevano entrambi la Nutella. L’ho guardata trasecolato. Non per la scelta: sinceramente, ed in barba all’olio di palma e alle foreste di mangrovia, anch’io avrei scelto la Nutella. Ma perché fino a quel momento non avrei mai creduto possibile che qualcuno, a parte i bei tempi in cui Maria Antonietta aveva ancora la testa sulle spalle,  potesse dare a qualcuno che asserisca di avere fame brioche a colazione.

La giustificazione è stata: questo ci danno i supermercati, è roba ormai in scadenza che va consumata altrimenti va buttata. Bisognerebbe magari valutare se sia più immorale buttar via delle brioche industriali o illudere la gente che questo sia il paese dei Balocchi. Io avrei detto chiaramente: cari signori, qui a colazione si mangia il pane, o al massimo i biscotti se ce n’è; chi non gradisce, vada al bar.

Ad esempio, noi la colazione la facevamo con gli Oro Saiwa, quelli che se non ti sbrigavi a mangiarli dopo averli inzuppati nel latte ti si scioglievano nella tazza, e dove il grande gusto era quello di prenderne un pacchettino e mangiarlo tutto insieme.  Ma usare il pane, anche secco, non mi risulta sia peccato per nessuna religione.

Sicuramente essere circondati da pubblicità che invita a consumare a tutti i costi non aiuta a distinguere il necessario dal superfluo: per questo forse ricordare tempi più sobri non dovrebbe far male.

Una volta non c’era l’abitudine di mangiare il dolce dopo pranzo. I dolci si facevano in occasioni speciali, a Carnevale per esempio: Rosa, la madre del mio amico Stelvio, era una virtuosa degli scroccafusi e delle pesche dolci con le metà inframezzate da uno strato di crema;  mia madre faceva le sfrappe, che potevano anche essere ripiene, e le chiacchiere  che sono delle girelle di pasta arrotolata e fritta. Mi rivedo bambinetto seduto sulle scale della vecchia casetta, qualche gradino sopra Stelvio, intento a confrontare i dolci: ma può darsi che mi confonda con quando Rosa tentava di dare da mangiare al mio amico ed io, da settimino che doveva ancora recuperare appieno il peso forma, cercavo di impietosirla con “No mancia Telvio? Mancia io”. Mia madre imbarazzata mi riportava in casa sollevandomi di peso.

Le torte si mangiavano in occasione di qualche compleanno. I compleanni erano esclusivamente quelli dei bambini, dei grandi non era interessante sapere quando compissero gli anni; invitati al massimo erano i cuginetti in modo che tutto rimanesse in famiglia; non si facevano le feste perché poi non ci sarebbe stato modo di ricambiare. Una sola volta ricordo di essere andato ad una festa di compleanno che non fosse di qualche parente. Adele, di  cui vi ho parlato a proposito della Bianchina familiare in sette, era a servizio in quella casa e ci preparò della cioccolata buonissima. Ad un certo punto tutti si scatenarono creando una piramide umana sopra l’amico Aldo, che aveva fama di forzuto: io rimasi in prossimità della cioccolata e la mia saggia condotta fu da Adele apprezzata ed elogiata.

Quando i tempi divennero più opulenti, e eravamo tutti già grandicelli, certe domeniche mio padre mi mandava a comprare le paste. A me piacevano i diplomatici, quei rettangoli con l’esterno di pasta sfoglia spolverata di zucchero a zelo e l’interno di strati di pasta frolla imbevuta di alchermes e crema pasticcera. Due a testa, tre proprio per le grandi occasioni. Alla fine del pranzo, magari dopo una bella porzione di vincisgrassi, veniva posto al centro della tavola il cabaret. Un’occhiata veloce alla destra e alla sinistra precedeva il momento del prelievo, che veniva fatto quasi con pudore; ma sotto sotto la speranza era sempre che qualcuno rinunciasse alla sua parte per potersene dividere le spoglie.

Io credo, ed anche la mia amica ne è convinta, che bisognerebbe astenersi da certi colpi di genio. Sveliamo il grande imbroglio: non è vero che in Italia si mangi tutti i giorni brioche a colazione e sgorghi Coca Cola e aranciata dai rubinetti. Se qualcuno vi fa credere il contrario attenzione, potrebbe essere l’Omino di burro.

(51. continua)

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12 pensieri su “L’Omino di Burro

  1. Ciao, credo che gli immigrati che incontro io per strada, che chiedono l’elemosina davanti ai supermercati dove mi servo abbiano capito che la nutella non piove dal cielo! Siccome ho sempre paura che utilizzino il denaro per la droga a volte, faccio elemosina una tantum essendo una precaria, gli compro del pane in cassetta, che si mantiene per qualche giorno e loro mi ringraziano tantissimo. Spesa circa 85/90 centesimi. Mi è capitato di offrire la colazione ad un barbone italiano, operaio licenziato con parenti in Germania. Mi ha chiesto aiuto mentre aspettavo il treno dicendomi che aveva fame io, che non voglio mai dare del denaro perché ho il terrore che venga utilizzato male, l’ho accompagnato al bar della stazione e gli ho chiesto se voleva un bicchiere di latte e un cornetto, lui ha ringraziato ma ha preferito ordinare, al posto del latte, un caffè americano. Non so cosa pensare di questa scelta perché da una parte penso che chi ha fame veramente ha bisogno dei principi nutritivi del latte, dall’altra parte penso che questa persona si è voluta togliere uno sfizio che si sognava da tanto tempo, ti lascio interpretare la situazione come meglio credi.

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  2. Ciao, sono perplesso (è il mio turno) per il modo in cui si sta affrontando il problema. Non parlo di comportamenti individuali, ma è l’impostazione generale che non mi convince. In primo luogo non vedo un’analisi seria delle motivazioni. Tanti volontari che lavorano sul campo segnalano che parte non minima di questa ondata è composta da ragazzi nordafricani, che vengono qua semplicemente perché pensano che ci sia l’America. Ed in più, vuoi per indole vuoi per cultura, pretendono anche. Questo mette alla prova gli stessi volontari, che si chiedono se stanno lì per aiutare o per servire, che è cosa ben diversa. Poi proprio di queste organizzazioni non ho più fiducia. I casi di Roma sono eclatanti; ma se ti dico che a Como, dove vivo, è stato dato un appalto per un centro di accoglienza ad una cooperativa romana, cosa si deve pensare? Possibile che a Como non ci siano strutture in grado di gestire la cosa? E se non ci sono, perché mai importarle da Roma? Ho sempre più la sensazione che questa gestione continua dell’emergenza serva più che altro ad alimentare un’industria, si ormai un’industria, dell’accoglienza. Sotto casa mia hanno parcheggiato un gruppetto di nigeriani. Sono stati tre mesi in Sicilia, poi sono lì in attesa di accettazione di status di rifugiati. Parlano inglese, quindi riesco a scambiarci due parole. Parcheggiati è la parola giusta. Lezioni di italiano tre volte la settimana, per il resto mangiano e dormono (e fanno casino fino a notte tarda, per forza non si stancano…). Giornalmente gli arrivano pacchi di aranciate, succhi di frutta e Coca cola (a proposito delle brioche). Una vecchietta che abita di fianco, antica maestra, ha redarguito i giovani volontari. Gli ha detto, a ragione, che non si tratta di bambini e che l’acqua non fa male. La risposta è stata: poverini, hanno sofferto tanto. Ecco, con questo atteggiamento non andremo molto lontano. La dobbiamo smettere prima di tutto di illudere la gente, e bisogna rendersi conto che atteggiamenti paternalisti ma in fondo irresponsabili alimentano solo le derive salviniane. Mi considero di sinistra, se ha ancora senso questa parola, ma in questo campo non vedo una volontà di prendere coscienza vera delle situazioni, che poi esplodono. Ad esempio: ma è vietato che questi lavorino, almeno per tenere in ordine dove vivono? Proprio ieri, ho letto di Migliore (l’ex Sel, che non stimo affatto) che ha fatto un’ispezione in un centro di accoglienza per minori. Cessi divelti, contatori divelti, alti lai per il degrado. Ma chi ha rotto i cessi? Chi ha divelto i contatori? Tu sei venuto qua, ti abbiamo accolto, tetto, mangiare, vestire (su questo potrei aprire un altro fronte, ma un’altra volta) tu rompi tutto e poi ti lamenti del degrado? Ma tu mi rimetti tutto a posto o te ne torni a casa tua (l’elegante Prosperini qua diceva “ciapà su el to camel e va a caa tua”). Se mangi a mensa, è vietato che poi lavi i piatti? Tu sei un’insegnante, giovane beata te, e sei sempre in mezzo ai ragazzi, ne capterai benissimo gli umori. Io ci sto in mezzo per altri motivi, genitore, lavoro, teatro, e vedo la difficoltà che fanno, le umiliazioni che patiscono, e man mano la rabbia che sta covando e che non mi fa star bene. Quei 35 euro al giorno, che Salvini brandisce come una clava, ai nostri ragazzi che vedono che vengono date brioche a colazione fanno male. Spero che chi di dovere se ne renda conto, prima che sia troppo tardi. Ciao, Giorgio

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  3. Caro Giorgio le tue analisi ( faccio riferimento alla tua lunga risposta a Trutzy ) non fanno una piega. E’ ciò che pensiamo qui da un bel pezzo. Ritornando all’esempio del centro visitato da Migliore , ti potrei parlare di un edificio facente parte dell’università di Tor Vergata , dove vivono ora un numero imprecisato di africani e dove accatastati fuori davanti al palazzo ricco di vetrate,ci sono resti di mobili, lavatrici, frigoriferi, stracci ,spettacolo certo edificante per chiunque passi e veda quel degrado di uomini e cose. Non so che dire più di quello che tu hai già detto. Ma per parlare anche dell’argomento del post, mio padre arrivava sempre la domenica con le paste e guarda un pò tra queste il diplomatico era il suo dolcetto preferito. Mia madre preparava le ”frappe” senza la ”s” e si faceva a gara per terminarle. insomma qui respiro sempre a pieni polmoni mio caro. Comunque se passi da me sei stato taggato…Isabella

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    • La sinistra per me è quella parte politica che deve battersi per il progresso, per l’emancipazione dell’uomo, l’ambiente, i diritti sociali e i diritti dei lavoratori. Rifiutare la logica del pensiero unico liberista, elaborare una strategia per uscire dall’ideologia del consumismo e dal sistema di produzione consumistico e distruttivo. In questo momento su questi temi vedo molto più a sinistra Papa Francesco che la sinistra (arcipelago vario, dove non saprei se ricondurre ancora le cosiddette socialdemocrazie europee). Ma non stimo quei fricchettoni di sinistra che si riempiono la bocca di slogan e poi sui fatti concreti non sanno che pesci pigliare. Come vedi, come programma forse non è tanto moderato… ciao

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    • Non so se è il mio programma, ma mi sembra che le mie risposte vengano assegnate a caso, scusatemi… Isabella hai detto la parola appropriata, degrado, cioè noi stiamo spacciando il degrado per accoglienza. Mi chiedo, ma se non siamo capaci di far vivere queste persone con dignità, che senso hanno tutti gli sforzi che si fanno? Mi pare evidente che qualcosa non funziona… qui sembra che le associazioni di assistenza siano contente se hanno più assistiti dell’anno prima! Quest’anno ho sentito il Banco Alimentare (CL) qui in Lombardia: abbiamo dato da mangiare a tot mila in più dell’anno scorso. Ma disgraziati, i vostri sodali hanno governato la regione per vent’anni, il governo per altrettanti quasi, e voi siete contenti se sono aumentati i pasti? Ma invece di fare tutti harakiri? Bho.

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