Noi vogliamo tanto bene (alla madre superiora)

Alle 5 e 56, ora italiana, del 21 luglio 1969, l’americano Neil Armstrong poggiò un piede sulla luna. Io tifavo per i russi, che avevano reso immortali la cagnetta Laika,  Jurij Gagarin  e Valentina Tereshkova: tuttavia fu la bandiera a stelle e strisce a essere conficcata per prima sul suolo lunare. Qualcuno sostiene che sia stata tutta una messinscena; se all’epoca avessero avuto 10 anni, letto qualche romanzo di Verne e assistito alla cronaca di Tito Stagno, di dubbi non ne avrebbero.

Quando iniziai a lavorare, il nostro computer aveva 5 megabyte di memoria fissa e 5 di memoria removibile. Cioè c’era un padellone, con una maniglia sopra, che si poteva togliere e sostituire con un altro.

Non voglio fare il saputello, ma è solo per dire che oggi il modello base di un qualsiasi telefonino è almeno 100 volte più potente di quel mio primo computer,  il quale a sua volta era più potente di quello che aveva guidato l’Apollo 11. Se poi ci sia bisogno di tutta questa potenza per mandare messaggini sgrammaticati, foto della colazione o uozzappare (sono sicuro che l’Accademia della Crusca approverà questo neologismo) faccine sorridenti con qualcuno che si vedrà cinque minuti dopo, non lo so.

A proposito di padellone, a Parma avevamo installato dei programmi alle Piccole Figlie dei  Sacri Cuori di Gesù e Maria. Io non ero molto addentro al mondo religioso; al mio paese c’era un convento di Clarisse, e per il resto avevo visto suore disseminate tra asili e ospedali, ma non mi ero mai interessato della galassia di congregazioni  che identifichiamo genericamente come “suore”.

Ad esempio, l’asilo “Monsignor Marinozzi” era gestito dalle suore. Io lo frequentai per ben tre giorni, che mi sembrarono un’eternità. Ora si tende a mandare i bambini all’asilo per socializzare. Sarà. Ai miei tempi si socializzava benissimo fuori, anzi chi frequentava l’asilo era visto come un poveretto, un orfanello: possibile che non abbia nessuno, una nonna, una zia, che possa tenerlo? Del periodo trascorso ricordo: una suora con la faccia quadrata che ci faceva correre in cerchio, al ritmo di un fischietto; l’umiliazione del dover chiedere il permesso di andare in bagno per far pipì; l’invidia (immotivata) per i cestini della merenda altrui; la canzoncina che avrebbe dovuto ispirare amore spontaneo e genuino verso le nostre educatrici:
“Tra le rose e le viole
anche un giglio ci sta bene.
Noi vogliamo tanto bene
alla madre superiora.
Superiora, superiora cara!
Vero angelo sei tu.”

Da scrutatore per non so più quali elezioni, mi capitò di accompagnare il presidente ai seggi mobili allestiti in ospedale. Si mette un paravento e si permette anche ai ricoverati di esercitare il diritto di voto; quelli che non sono autosufficienti hanno la facoltà di farsi aiutare. Insomma, dietro al paravento andò una suora: si sentì trafficare con la scheda, finché non si udì la protesta strozzata dell’anziano, immobilizzato si ma con deciso orientamento politico: “No! Falce e martello perdio! Ho detto falce e martello!”. Dal separé emerse la suorina paonazza, ma sicuramente convinta di aver salvato l’anima al peccatore. Nell’urna Berlinguer non ti vede, ma la suorina si.

Con queste premesse partii un po’ prevenuto. Ma queste, non c’è che dire, mi piacevano. Avevano una marcia in più. Innanzitutto il fatto che si informatizzassero non era scontato, più di trent’anni fa. E poi avevano una curiosità, un candore, una gioia che contagiavano. Si accostavano alla tastiera con timore; bei tempi quelli in cui qualche malfunzionamento si poteva imputare alla “macchina” e non agli errori di chi la macchina la programmava. Ascoltavano le spiegazioni con religiosa (!) attenzione, e imparavano subito.

Mi avevano preso a benvolere: ero poco più di un ragazzo, e notato l’accento (credo sappiate che il maceratese è abbastanza diverso dal parmense: a Parma hanno la erre moscia, ops, francese, e le parole generalmente non finiscono in “u”) mi avevano interrogato sulle origini, e sentito che vivevo lontano dalla famiglia si erano intenerite e mi consideravano una specie di consorella.

Io cercavo di passare da loro al pomeriggio, all’ora di merenda: facevano a gara per viziarmi, e ogni volta mi offrivano qualcosa di buono. Chiedevo il vino del prete, e mi portavano un passito dolce che era fantastico; a volte un nocino, per digerire, fatto da loro stesse; e non mancava qualche biscotto e fetta di crostata.

L’unico appunto che potevo muovere, pur intuendo che il loro comportamento fosse giustificato da una forte fede, era che non facevano mai le copie di salvataggio dei dati.

Va bene affidarsi totalmente ad un’Entità Superiore, ma un backup è un backup: quando cercavo di far passare questo concetto senza apparire blasfemo, un sorrisetto sollevava i baffetti della suora contabile, un guizzo negli occhi come quello di un bambino pescato dopo una marachella. Che gli vuoi fare a donne così?

“Dia a me, sorella, mi passi il padellone. Gliela faccio io la copia, il Padreterno ha altro da fare”.

(31. continua)

TITO-STAGNO

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