Il paese dei campanelli

D’estate la Pro Loco “Corporazione del Melograno” organizzava le operette. Anzi, il Festival delle Operette. Compagnie di grido, mica scalzacani. L’avvenimento richiamava pubblico da tutto il circondario, ed era motivo di orgoglio per tutto il paese.

Per un paio d’anni venni ingaggiato come mascherina. Sapete, quelli che accompagnano le persone ai posti. Eravamo un bel gruppetto, carinissimi: i maschi con una divisa azzurro avio, che era poi quella della banda (sospetto che fosse quello il motivo principale per cui venivamo chiamati) e le femmine con una divisa da hostess, con gonna a plissé.

Non venivamo retribuiti, già il fatto di esserci solleticava la nostra vanità; ci godevamo comunque gratis lo spettacolo, e magari riuscivamo a raggranellare qualche mancia. Io all’inizio feci il ritroso, mi sembrava poco serio accettare dei soldi per accompagnare al suo posto qualcuno che sapeva benissimo dove andare ma dopo un po’, vedendo che i miei amici cominciavano a intascare, anche i miei scrupoli si dileguarono.

Nel ’77 arrivò Raffaele Pisu. Grande attore di varietà, presentatore televisivo , noi più giovani lo conoscevamo per un personaggio che aveva reso così famoso da diventare un fumetto: il pupazzo Provolino. I suoi fasti erano alle spalle, ma era sempre un nome di richiamo.

Operetta vuol dire storie allegre, scenografie variopinte, belle voci, orchestre e ballerine.
La speranza era proprio quella di vedere da vicino le ballerine. L’anno precedente c’era stato uno spettacolo di flamenco, e due amici di cui non rivelerò il nome si erano arrampicati sopra i tetti per poter assistere alla vestizione. Pura curiosità artistica, si intende.  Senonché una delle andaluse se ne accorse, e i due dovettero battere in ritirata inseguiti da una litania di improperi, rischiando l’osso del collo.

Una compagnia di operetta è molto costosa. Per questo motivo in Italia non ce n’erano molte; ed ora anche meno.  La Pro Loco, per mantenere un certo livello e rimanere in budget sostenibili, iniziò ad ingaggiare compagnie straniere. Ed arrivarono i russi.

Per carità, niente da dire sulla professionalità: potenti voci liriche, corpi di ballo di impostazione classica. Ma avevano un che di, come dire, macchinoso.  Prendete la Vedova Allegra. Ammettendo che l’ambientazione del Pontevedro potesse risultare credibile, altrettanto non si poteva dire della protagonista:  per una stazza così, nessun conte Danilo avrebbe lasciato Lolò, Dodò e Froufrou.  Senza contare che, nonostante il labbro dovesse tacere, sul punto cruciale del “Si è ver tu m’ami, tu m’ami è ver” ci si aspettava sempre che Anna rispondesse: “Da, tovarisc” e la cosa toglieva un po’ di poesia all’idillio.

E infatti le compagnie italiane puntavano molto sul comico, il mattatore, che aveva facoltà di divagare dal testo e improvvisare. Pisu in questo era un maestro, e il suo La Gaffe del Paese dei Campanelli è il più divertente che abbia mai visto.

Il palco, enorme, veniva allestito nella piazza principale. La parte in ferro era stata realizzata da mio padre, con grande perizia e rispetto delle pendenze; se ci fate caso, di solito i palchi davanti sono sempre un po’ più bassi che dietro. Non escludo di aver partecipato anch’io all’opera, tagliando i tubi o almeno verniciando.

A verniciare me la cavavo abbastanza, sia a spruzzo che a pennello; anche se le mie performance non erano apprezzatissime dai vecchietti che passeggiavano nei dintorni della bottega, i quali non mancavano di farmi notare che se avessi continuato a sprecare tutta quella vernice avrei mandato mio padre in malora. “Tìrilu de più ‘ssu pennéllu!” (stiralo di più quel pennello)  mi dicevano quando andavo a pennello, mentre lo spruzzo per loro era uno spreco a priori, perché una parte se ne volava lontana dall’obiettivo.
Educato al rispetto degli anziani, non mi permisi mai di rispondere come avrei voluto; a volte mio padre richiamato dai commenti si affacciava dalla grande porta scorrevole sovrastante, e apostrofava gli antichi pensionati con un beffardo: “Eccoli qua, i Lavoratori!” e poi a me, quando riponevo gli attrezzi: “Li vedi quelli? Stanno aspettando la morte”.  Che era un modo affettuoso per dire che, in attesa del trapasso, a qualcuno dovevano pur rompere le scatole.

Pur svolgendosi le Operette in luglio, poteva capitare una giornata piovosa. Nel qual caso lo spettacolo si svolgeva all’interno del bel Teatro Comunale “Giuseppe Verdi”, il cui ingresso si affaccia proprio sulla piazza. In quel caso, il teatro era stracolmo; e a noi mascherine, una volta spente le luci, non rimaneva che restare stretti stretti giù in fondo, vicino all’uscita. Cosa tra l’altro che, almeno ai maschietti, non dispiaceva affatto.

Pisu alla fine dello spettacolo si concesse volentieri; ci raccontò qualche barzelletta e si fece fotografare (più in mezzo alle mascherine che ai mascherini, per la verità). Ne persi poi le tracce, finché all’inizio degli anni ‘90 seppi che si era ridotto a fare da spalla al cosiddetto conduttore del sedicente “TG satirico” Striscia la Notizia.

Avrei potuto sopportarlo solo se Greggio si fosse travestito da Bombon e insieme avessero duettato “Balla la giava, boccuccia di baci” ma così, sfortunatamente, non fu.

(30. continua)

getmedia

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