Testasecca e Martelloni

Le menti più ingegnose si stanno spremendo per trovare il modo di produrre meno rifiuti, e per riciclare nel miglior modo possibile quelli che si producono. Il problema, a mio modesto parere sia chiaro, forse risiede un po’ più a monte, e cioè che si consuma troppo. E troppo spesso, roba che serve a niente.

A dieci metri dalla nostra casetta, c’era una drogheria. Quei negozi che, come nel far west del cinema, vendevano di tutto: dalle sigarette alle caramelle, dagli alimentari ai bottoni. Il negozio di Testasecca.

Confesso di essere uno che non ricorda i nomi delle persone che incontra. Sono capace di stare a parlare per ore con qualcuno, ma se poi mi si chiede: “allora, che vi siete detti con Fassina?” Di solito rispondo: “Fassina chi?” Qualcun altro deve avere lo stesso problema, recentemente.

Per dire, all’inizio della mia residenza a Parma feci un intero viaggio, fin da Civitanova Marche, con una ragazza pugliese molto carina che stava andando a studiare a Milano. Non c’erano ancora i cellulari, e per essere rintracciato avrei dovuto lasciare il numero della cabina telefonica sotto casa: così mi lasciò il suo, di numero. Con ottimismo, che col senno di poi definirei eccessivo, evitai di appuntarmi sia il numero che il nome. Una volta a casa azzardai qualche combinazione: Amanda, Amalia, o Antonia? Prefisso 02 ok, ma finisce con 73 o 45? Feci qualche chiamata a caso; dopo un po’, non potendo chiamare tutte le Amande di Milano, desistetti. Non la biasimerei se mi avesse giudicato poco serio.

Qualche anno fa partecipai ad un corso di gestione dei conflitti interpersonali. A Roma, in un bellissimo convento restaurato per il giubileo e trasformato in albergo di lusso. Con questo non voglio tirarmela, è solo per dire che c’era un’insegnante, la dottoressa Martelloni, che per ricordare il cognome di qualcuno ci suggeriva di associarlo ad un oggetto, una situazione, una sensazione. Martelloni, facile: un grande martello. Magrini, anche: qualche bambino denutrito. Testasecca, Pelagalli: fate voi.

A metà degli anni 60 non esistevano i supermercati, almeno nella mia zona. C’era una Upim a Macerata, ma non smerciava cibarie. Del resto sarebbe stato inutile fare incetta di generi alimentari, pur se di prima necessità: si sarebbe oltretutto fatto fatica a conservarli, dato che i frigoriferi non erano ancora alla portata di tutti. D’inverno ci si sarebbe anche potuti arrangiare ponendo le vivande fuori dalla finestra, ma nelle altre stagioni sarebbe stato un po’ più difficile.

Tutto aveva un ordine: la frutta dall’ortolano, il pane dal fornaio, la carne dal macellaio, il pesce fresco dalla pescivendola (la pesciarola) che veniva una volta la settimana direttamente dal mercato di Civitanova. Ovviamente essendoci tanta campagna, chi poteva faceva rifornimento a chilometro zero.
Per certi acquisti occorre perizia, e non possono essere delegati ad un bambino: ci vuole l’occhio di una massaia allenata per distinguere il pesce più fresco, il taglio più tenero, la verdura più bella.

Io venivo usato per compiti più facili, come andare da Testasecca a comprare la cioccolata per far merenda. Intendiamoci, mica c’era sempre la cioccolata, non eravamo così viziati. Andavo, e la cioccolata veniva tirata fuori da un barattolone e spalmata con una paletta su della carta oleata, avvolta poi da altra carta marroncina. Il rispetto della tara e del peso netto era affidato alla correttezza professionale del droghiere. Di cioccolata ce n’era due tipi: quella di un colore, tipo Nutella, e quella a due colori, la Ciao Crem. La prima costava più della seconda: chi si contentava, godeva.

Per andare a comprare il tonno mi offrivo volontario. La carta era la stessa, la paletta no. Da grandi latte (buatta rende bene l’idea, ma è un termine che da noi non esiste) il tonno veniva, con delle lunghe pinze, spezzato a tocchi, estratto e scolato dall’olio; i giapponesi possono fare incetta di tonno rosso quanto vogliono, ma buono come quello non lo troveranno più. In un’altra incartata, venivano messe un po’ di alici sotto sale.

Poche cose sono sicure a questo mondo ma se foste capitati a pranzo a casa nostra al venerdì, avreste trovato immancabilmente spaghetti al tonno; e per secondo, tonno e alici. Il contorno poteva variare, ma quello speciale era quello invernale: olive nere (quelle amare!) e arance tagliate a fette.
Mi riservo appena arrivato alla pensione di riprendere questa dieta.

A volte penso, non so se sarete d’accordo con me, che se ogni città, ogni paese, ogni quartiere avesse saputo conservare i propri Testasecca, tanti problemi ce li saremmo risparmiati.

(29. continua)

martello-inchiodatura-chiodi

Annunci

4 pensieri su “Testasecca e Martelloni

  1. Com’è gradevole passare e fermarsi qui non solo a leggere ma insieme ricordare. Anch’io avevo un negozio di alimentari vicino casa. Per arrivarci si faceva una strada in salita, una via che oggi è così battuta da macchine che frecciano quasi facendo a gara, che è davvero pericoloso farla a piedi come una volta. Il titolare si chiamava Nazzareno. Mi piaceva molto d’estate andare con mia madre a fare un minimo di spesa ma ancor di più per comprare alzando il coperchio del frigo dei gelati, quello da me preferito, il semplice cremino al cioccolato. Tempi che ricordo con tenerezza caro Giorgio. Grazie per questa lettura. Un abbraccio. Isabella

    Mi piace

    • Cara Isabella, è vero certi ricordi suscitano tenerezza… una volta certe storie, anche minime, si raccontavano seduti a tavola per cena; mi piaceva ascoltare i miei, anche se magari qualcuna l’avevo già sentita cento volte… io invece a mio figlio non le ho raccontate; forse in un mondo ipertecnologico (di cui, e non ne vado fierissimo, faccio parte: sono un informatico) pensavo non interessassero poi tanto… ho capito tardi invece che ai bambini (ma anche ai grandi, se si sono lasciati dentro un posticino) le storie piacciono sempre, tutte, dipende solo da come le si racconta. Cerco di rimediare ora, anche perché ormai il mio “piccolo” ha quasi 22 anni, e a cena non mi ascolterebbe più!

      Liked by 1 persona

      • Bravo Giorgio , è vero basta saperle raccontare. Sono sicura che tuo figlio amerà leggerti perchè quando lo scritto è vero e sentito arriva sempre al cuore, anche se l’età potrebbe far pensare il contrario. Come tu dici avere un posticino dove raccogliere ricordi, e tenerli stretti fa sì che poi raccontarli, soprattutto in un certo modo,sia solo tenerezza infinita che sempre, anche ad una certa età fa bene sperimentare. Un caro abbraccio. Isabella

        Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...