L’anello pasquale

In quinta elementare rischiai di fidanzarmi. Mi piaceva una ragazzina, ma la smorfiosetta faceva la preziosa. Se la tirava, direbbero adesso. Dovevo contenderla ad un mio amico, ed esigeva la prova d’amore. Per quale motivo mi fossi impelagato in quella storia, con tutto quello che avevo da fare, non saprei dirlo; allora mi sembrava la cosa più importante del mondo.

Visto che aveva diversi pretendenti era necessario procedere con la conquista, e le tecniche fin dai tempi degli uomini preistorici sono sempre le stesse: o a sberle, o portando più selvaggina dei rivali.

Essendo passati i bei tempi delle clave, le sberle non si usavano più, e poi si sarebbe rischiato di prenderle; anche la selvaggina era desueta, ed era stata sostituita dal regalino.

Non un regalino qualsiasi però, ma “il” regalino: l’anello di fidanzamento. Ancora adesso mi viene la pelle d’oca.

A suo onore va detto che non richiedeva un solitario di 24 carati; essendo vicini alla Pasqua, si accontentava di un anellino di quelli che si trovavano nell’uovo.

Per natura ottimista, non vedevo il motivo per cui dall’uovo non sarebbe dovuto uscire un anello: quando invece comparve, come quasi tutti gli anni, la tavoletta con i numeri da mettere in ordine, il mio animo ne fu turbato. Ma solo per un attimo: la tavoletta con i numeri mi piaceva un sacco, e comunque niente avrebbe potuto incrinare l’atmosfera della mattina di Pasqua. Ogni bambino (e meglio se si è in tre o quattro) ha diritto a un lettone, un uovo di cioccolato fondente e una ciambella con la glassa sopra, se non sbaglio è scritto anche sulla dichiarazione Onu dei diritti umani.

Occorreva un piano B. In paese c’era una boccia distributrice di regalini, avete presente quelle che si trovano nei supermercati per far piangere i bambini e disperare le mamme; in questa boccia avevo adocchiato 2-3 palline che avrebbero fatto al caso mio. Certo, non potevo permettermi tanti tentativi: ogni pallina costava 20 lire, e con 20 lire ci compravo due bustine di figurine dei calciatori Panini.

Le figurine le compravo da Vittoria, dove ogni tanto mio nonno mi mandava per le sue Nazionali senza filtro: una donna simpatica e fiduciosa, tanto che spesso rimaneva nel retrobottega mentre noi ragazzini prendevamo le bustine dal raccoglitore. Ogni tanto qualcuno non ricambiava la sua fiducia, e allora al prezzo di 3 bustine ne venivano fuori quattro. Sono sicuro che lei sapesse, ma facesse finta di niente.

Affermo qua, e me ne assumo la responsabilità, che la cosa migliore che abbia fatto Walter Veltroni nella sua carriera di direttore dell’Unità post-comunista (e forse in tutta la vita) è stata quella di ripubblicare tutti gli album Panini.

Come fanno i giocatori di slot-machine, per un po’ di tempo mi aggirai con finta indifferenza attorno alla macchinetta distributrice, pronto ad entrare in azione quando avessi ritenuto che fosse giunto il momento propizio. E così feci: a colpo sicuro inserii le 20 lire e girai la rotella.

Fu con vivo disappunto che accolsi la decisione della boccia di non espellere l’oggetto del mio desiderio. Una palla uscì: ma in essa purtroppo non era contenuto il monile, ma un portachiavi con tartarughina. Bello nel suo genere, ma non adatto all’uopo.

Cosa che non sfuggì alla capricciosa fanciulla, e non mancò di rimarcarlo: indifferente ai miei sforzi, rifiutò persino di discutere che se la tartaruga è considerata uno dei cinque animali sacri dai cinesi un motivo deve esserci. Svelò lì anche il suo lato meno signorile, quando mi invitò a infilarmi il talismano dove avessi ritenuto più opportuno, che mi avrebbe portato fortuna.

Con tali premesse, capirete, non si poteva stabilire una relazione duratura e fattiva. Seppi poi che sua madre si era premurata di invitare la mia al diffidarmi dall’insistere nelle mie pretese: sua figlia era Bella.

Pur rispettando il suo punto di vista, non apprezzavo quella puntualizzazione. Lei era bella, sottintendeva che io fossi uno sgorbio? Ammettiamo pure che non fossi un Adone, se siete pratici di miti classici; anche mia madre ogni tanto mi ripeteva “la prima ciambella non viene mai bella”, in genere non tanto riferito all’aspetto fisico, quanto piuttosto a qualche esperimento andato a male; ma non ero proprio da buttar via. Anni dopo ebbi uguale soddisfazione da mia suocera: quando la mia non ancora moglie portò a casa una foto di gruppo per spianare la strada alla mia apparizione, la vegliarda chiese: -“Qual’ è, quello bello?” -“No, l’altro.” -“ Ah.”

Poco dopo, la sua famiglia lasciò il paese e se ne persero le tracce. Posso dire di averla scampata bella, e la vicenda mi è stata d’insegnamento: tra un anello e una bustina con De Sisti e Gigi Riva, solo un pazzo sceglie l’anello.

(25. continua)

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20 pensieri su “L’anello pasquale

  1. rido! forte! mi hai riportato alla mente un sacco di ricordi, cose, oggetti, e rituali, che avevo ormai messo in un cantuccio. Ai miei tempi c’era ancora tutto quel che racconti, e non ti dico, uuuh…, l’attesa di quella pallina giusta nella boccia trasparente! manco io c’azzeccavo mai… e manco io c’azzeccavo con la conquista, a dire il vero, forse perché ero troppo ‘maschio’ per i maschietti che mi piacevano, facevo troppo il maschio, ah! non so come conciliassi il tutto col mio aspetto delicato e femminilissimo, da bambolina di porcellana, ma… Una sfigatona esagerata! però che bei ricordi. Tra l’altro, mi piaceva giocare a calcio…, pur ammettendo che non collezionavo figurine dei calciatori, ma quelle dei cartoni animati ‘romantici’… sempre dove la protagonista era una signorina fuori regole, intendiamoci…
    Una cosa mi chiedo, ai miei tempi si poteva pure pensare,… ma l’anellino scintilloso fatto in carta di cioccolatino? ehm.. mi sa che da quel che racconti… se la tartarughina ebbe quella risposta…
    Felici giornate, Giorgio, e vai fiero della donna che t’ha preso per il ‘bello’ come sei e come l’hanno sentito i suoi occhi e tutto il resto. Poi io ho un’idea sulla bellezza: non è una cosa assoluta e fissa nel tempo, e non è solo in uno o nell’altro, ma è una trasmissione, una scoperta tra persone specifiche che va tenuta viva o appassisce. Tu arrivi, almeno a me lettore, come gioioso in questo e ciò è prezioso
    ciaoooo

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    • Avrei voluto vederti giocare a pallone e magari tirare qualche calcione negli stinchi! Certo che c’era una magia, in quei rituali, forse perché le occasioni, le possibilità, erano meno… meno aspettative, meno roba! Noi aspettavamo la mattina di Pasqua per aprire le uova, ora le uova si aprono già dopo carnevale… insomma, il desiderio, l’attesa che fine fa? Hai descritto la bellezza in modo così “bello”, che mi sono detto: ecco, lo pensavo anch’io ma non ero capace di dirlo! Ecco a che servono i poeti! Ciao Dora!
      p.s.
      comunque la smorfiosetta non sa quello che si è persa 🙂

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