Bigoli (in salsa) e vocazioni

A dar retta ai vari profeti di sventura, negli ultimi cinquant’anni il mondo sarebbe dovuto finire almeno una cinquantina di volte. Un paio di allarmi dai testimoni di Geova: non dubito che prima o poi ci becchino, anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Ancora, alla fine del millennio: non si sono viste processioni di penitenti stracciarsi le vesti gridando mille e non più mille, ma tecnici informatici in camici bianchi paventare una ribellione dei computer nel passaggio dal 99 allo 0 di date obsolete a 6 cifre. Stavolta ve la siete scampata, ma non crediate di superare il decimillenium bug. E infine dai Maya, nel 2012. Un po’ strano che un popolo incapace di prevedere la propria, di scomparsa, possa predire quella di tutti gli altri. E infatti.

Insomma, siamo ancora qua. Affaccendati, chi più chi meno, nel fare del proprio meglio per tirare avanti. Qualcuno cerca anche, nel suo piccolo, di dare una mano a chi non ce la fa. Chapeau.

A questo proposito, una delle persone più altruiste la conobbi proprio a ridosso dell’anno 2000, quando in un demenziale attacco di carrierismo abbandonai la vecchia società e andai a lavorare per una società padovana.
Eduardo è un tipo grande e grosso, con un gran barbone ed un paio di occhiali spessi un dito: informatico brillante, forse un po’ barocco, lo vedreste bene a piedi scalzi e con indosso un bel saio da frate carmelitano.
Che poi era, in fondo, la sua aspirazione: Eduardo infatti era stato missionario laico, ad un passo dal prendere i voti. Ci raccontava, tra due bigoli in salsa e un baccalà alla vicentina, delle sue esperienze, davvero dure, a partire dal seminario missionario.

Ho accennato, credo, al fatto di aver rischiato di intraprendere la carriera ecclesiastica. Durante le elementari ero considerato un bambino estremamente coscienzioso: ogni anno vincevo la medaglietta per i più buoni (un po’ come la coppa disciplina nel calcio: potevi perdere tutte le partite, ma se avevi meno ammoniti ed espulsi degli altri il trofeo non te lo toglieva nessuno). Alla fine dell’anno scolastico i premi venivano consegnati dal vescovo o dal vicario facente funzione, con tanto di bacio dell’anello: non so se venni adocchiato lì, oppure fu qualche mia letterina a Gesù Bambino troppo piena di zelo che spinse un frate, uno di quelli delle colonie di cui vi ho parlato ma stavolta della montagna, a presentarsi alla porta di casa nostra e reclamare la consegna dell’angioletto. Aveva sbagliato indirizzo, il chierico, perché non sapeva che mia madre aveva passato un bel po’ di anni dalle monache e non era entusiasta di quello che mi avrebbe aspettato. Le sue offerte furono quindi respinte con fermezza; un battipanni carezzato con nonchalance convinse il sant’uomo a non insistere.

Eduardo, dicevo, fu mandato a farsi le ossa nelle Filippine; aveva conosciuto la miseria materiale, ma tutto sommato in un tessuto permeato di saldi valori morali. Dopo aver portato aiuto e conforto agli autoctoni, a causa di una malattia dovette tornare a casa. Ricominciò a lavorare, ma senza demordere. Di lì a poco avrebbe avuto la chiamata che l’avrebbe segnato per sempre.

La seconda volta infatti fu traumatica. Una società disgregata: ragazze madri, prostituzione, alcoolismo, droga. Indifferenza verso le proposte religiose del buon Eduardo, anzi aperta ostilità in un ambiente decisamente pagano. Alla seconda bottiglia di prosecco, compativamo il caro collega immaginandolo nelle bidonville di Nairobi o tra i meninos de rua di Rio de Janeiro.

Solo al momento dell’ammazzacaffè, visibilmente commosso, il nostro amico ci rivelò di non aver potuto prendere i voti a causa di un’insufficienza cardiaca. Cosa che ci meravigliò, non sapevamo che per fare il frate bisognasse essere di sana e robusta costituzione come il militare, ma evidentemente per vocazione si intende anche quello.

Ma che comunque non avrebbe mai potuto dimenticare l’esperienza di Stoccolma.

Devo confessare che la scena che seguì non è una di quelle di cui vado più fiero. Eravamo in quattro a tavola, con un grappino in mano ciascuno. Purtroppo immaginare Eduardo, in saio, alle prese con le ragazze madri di Stoccolma non ci aiutò. Tre grappini su quattro finirono spruzzati sul tavolo e sul maglione, già di per sé non immacolato, del mancato missionario; al qual proposito ci esercitammo in una dotta dissertazione sulla differenza tra vocazione e posizione. Anche di pecorelle parlammo, o giù di lì.

(24. continua)

20-calendario-maya

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