Il prete e la monaca

Secondo l’ultimo censimento Istat del 2012, a partire dai 35 anni le donne sono in misura maggiore degli uomini. Nel passato questo fenomeno, causa guerre e carestie, era ancora più accentuato: questo faceva sì che se un uomo maturo non fosse sposato venisse definito scapolo (c’è sempre speranza di); se invece matura era la donna, si parlava di zitella (mettiti l’anima in pace).
Ingiustizia da cui mi dissocio.

La mia prozia Caterina, Catò per gli intimi, era appunto una zitella. Si favoleggiava di un antico sfortunato amore di gioventù; o del suo ritrarsi di fronte a qualsiasi avance, per non fare la fine delle donne della sua epoca, totalmente sottomesse ai mariti. La parità tra i sessi era ben lungi dall’essere raggiunta dalle suffragette di casa nostra; qualche sonora battuta da parte di mariti denutriti si, ma frequentatori assidui di cantine, non era infrequente.
A volte accadeva anche il contrario, ma costituiva un’eccezione.

Oggi si sente parlare molto di sobrietà. Di solito da gente con la pancia piena che la raccomanda agli altri. Catò in fatto di sobrietà avrebbe potuto dar lezioni a tutti.
Ero bambino, e le chiedevo perché mai non si decidesse a comprare la televisione. E che ce faccio, rispondeva, che tra un po’ devo murì. Aveva poco più di 60 anni, e ne campò altri 30: la televisione non la comprò mai, benedetta donna, che bellezza se tanti avessero seguito il suo esempio!

Mi sembrava quindi abbastanza precipitosa nella sua risoluzione; c’è da dire che la preoccupazione maggiore degli anziani di una volta era quella di mettere via i soldi per “lu furnittu”, ovverosia il loculo dove essere tumulati, senza lasciare debiti agli eredi. Per me non preoccupatevi, comunque.
Per riscaldamento aveva una vecchia stufa a legna (ora tornate di gran moda) che riscaldava un solo ambiente della casa. La camera da letto, dove l’avreste trovata già alle sette di sera, era fredda; per questo d’inverno nel letto si infilava l’accoppiata prete-monaca.
Non pensate male: la monaca era un braciere di terracotta; il prete una specie di baldacchino che veniva infilato sotto le coperte e nel quale veniva deposta la monaca; il suo scopo era quello di non far toccare appunto le coperte con le braci.

Quando passavo a trovarla, innanzitutto si lamentava che non andassi mai a trovarla: gatto che si mordeva la coda, perché per non sentire le sue recriminazioni davvero la volta dopo ci pensavo due volte. Però a volte ne valeva la pena. Ad esempio, Catò custodiva un tesoro.

Ho già accennato al ramo di parentela emigrato con lo scopo precipuo di arricchire l’avvocato Agnelli. Zia Caterina conservava religiosamente, in soffitta, in scatoloni catalogati con cura, varie masserizie lasciate da mia zia Lelletta; delle bottiglie di liquore residui di una gestione di suo marito del circolo cittadino (Punt e Mes!); e soprattutto la collezione di Nembo Kid del di lui fratello minore, che Catò amava come un figlio. La zia mi faceva violare il sancta sanctorum con la scusa di aiutarla a spolverare; ma in realtà credo lo facesse perché sapeva che mi piaceva leggere, e tanto. Mentre lei passava in rassegna i suoi pacchi, io scandagliavo la raccolta; potevo leggere quanto volevo, ma guai a portar fuori un giornalino. Adesso la collezione varrebbe parecchio: peccato che perì nel crollo della soffitta, causato dalla canna fumaria dell’abitazione sottostante.

Catò alla perdita non resse. Deportata nel vicino ospedale, senza la sua indipendenza e i suoi lamenti, si spense. Aveva conservato per tutta la vita la sua virtù come quella collezione di Nembo Kid; testimoni attendibili riportano che alla fine si chiedeva se, dopotutto, ne fosse valsa la pena.

(17. continua)

nembokid

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