O mia bela Madunina

D’estate arrivavano le milanesi. Magari a chi abita a Como, per dire, la cosa non desta stupore. Ma a noi bambini di un paesino di collina del centro Italia , il fatto che qualcuno arrivasse dal Nord impressionava. Di Milano peraltro personalmente avevo grande considerazione, essendo la città della mia squadra del cuore.
Che in quegli anni dava grandi soddisfazioni ai suoi affezionati; anche se posso affermare di essere diventato veramente interista alla fine di maggio del ’67, quando i miei beneamati persero di slancio finale di Coppa dei Campioni e campionato. Prologo di quello a cui avrei dovuto abituarmi negli anni a seguire, Triplete del Mou (santo subito!) a parte.

Scoprii col tempo, non senza stupore, che la gente è uguale dappertutto; forse al Nord un po’ più indaffarata, della qual cosa non si può sempre sostenere ci sia motivo.

Arrivavano dunque queste due sorelline, a passare l’estate dai nonni; ho sempre ignorato dove fossero i loro genitori nel frattempo. La cosa un po’ mi angosciava: essendo rimasto, a seguito di un grave incidente stradale dei miei, per un lungo periodo con i nonni pur affettuosissimi, la cosa mi sembrava foriera di qualche disgrazia.

Le due comunque non sembravano aver subito traumi. Era evidente però che diverse erano diverse. Non tanto per quelle e aperte (tè invece di te… lo dico sempre ai Quattro Gatti di non confondere le cose) o quell’abitudine di mettere l’articolo davanti al nome proprio (il Giorgio, la Stefi!) ma per un atteggiamento direi interiore.
Con terminologia sportiva, la definirei mentalità vincente. Ovvero quella consapevolezza di essere migliori e che prima o poi il goal verrà, basta insistere.

Su questo punto alle superiori mi scontravo con il mio compagno di banco, Sandro. Lui sosteneva che la loro squadra, il Castelraimondo, avesse la mentalità vincente. Noi no. Non capendo che accidenti volesse dire, abbozzavo. Comunque qualcosa imparai perché proprio a casa loro, giocando da finto centravanti, su assist dell’ala sinistra (il nostro grande sassofonista Walter) gli incrociai un piatto destro come Rivera con Sepp Maier. Poi pareggiarono, ma con il morale abbastanza ridimensionato.

Tornando alle milanesi, a quei tempi, per cominciare, i bambini giocavano con i bambini a giochi da bambini. Concetto al giorno d’oggi non politicamente corretto, lo ammetto. Le bambine avevano il loro mondo, perlopiù disprezzato dai maschi. Queste invece se ne impippavano delle consuetudini, e pretendevano di giocare con noi. A pallone, magari. Pericolosissimo, perché essere battuti a pallone da una “femmina” avrebbe voluto dire scivolare di parecchie posizioni nella stima dei compagni.

Quindi si cercava qualcosa di più neutro, dove ognuno avrebbe potuto mantenere salvo l’onore.
Adiacente alla sagrestia della chiesa di S.Biagio c’era un orto. Più che altro una sterpaglia, che l’anziano prevosto ci permetteva di usare. Il gioco, ispirato da una concezione largamente tradizionale di rapporti tra i sessi, consisteva nello scimmiottamento della vita adulta: una coppia si costruiva una casetta (uno spazio delimitato da sassi o mattoni); la casetta andava attrezzata per un minimo di comfort (un sasso per sedersi, dei bicchieri per bere…) e poi ci si poteva motorizzare. Una moto standard era costituita da un bastone, una corda e un mattone. Un menàge molto piccolo borghese. Non ricordo se fosse anche previsto che il marito andasse a lavorare e la moglie cucinasse, ma può essere.
In questo clima idilliaco però esplodevano delle crisi: coppie che scoppiavano, famiglie che si scomponevano e ricomponevano. Quasi sempre per questioni di interesse: quello ha la casetta più grande della tua, ti lascio, tié.

Pur con tutta la simpatia e l’attrazione che potevo provare per loro, non credo di aver messo su casa con una delle sorelle. Sinceramente, di lavare i piatti non ne avevo voglia. Anche adesso, per sicurezza, ho comprato la lavastoviglie.

(16. continua)

MONDIALI: RIVERA,GERMANIA CON NOI VINCE SOLO AMICHEVOLI

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