Viva la campagna

La campagna, checché ne pensasse Nino Ferrer, non è mai stata il mio forte. Vivendo in paese, figlio di artigiani (“artisti”, si diceva), i miei rapporti con la terra erano ridotti al minimo.

Mio padre, fabbro, doveva buona parte del suo lavoro proprio alla campagna. A volte, perché no,  veniva pagato in natura, in derrate alimentari. Conigli, anche.
Non potendo mangiarli vivi, ne essendo ancora di moda tenerli in casa come animali da compagnia, bisognava provvedere. Il metodo non era cruento ed evitava spargimenti di sangue: un colpo secco, col taglio della mano, alla base della testa. Karatè, insomma. C’è da dire che le mani di babbo, forgiate da anni di lavoro, erano dure come il ferro. L’animale non soffriva assolutamente.
Poi avveniva lo scuoiamento, al quale io partecipavo reggendo la carcassa dalle zampe posteriori.
Una volta mio padre mi fece provare. A dargli la botta, intendo. La diedi troppo fiacca, il poverino si agitò; babbo dovette dargli il colpo di grazia. Non ci provai più.

Capitava quindi che ogni tanto dalla campagna qualcuno bussasse alla porta di casa a portare un paniere di qualcosa, in cambio di lavori fatti magari mesi prima, o come acconto per lavori in divenire.
Un giorno, da bambino, andai ad aprire la porta, ed introdussi l’ospite con un bel: “mà, c’è un contadì”. Mia madre contrariata mi spiegò, una volta congedato il visitatore, che non era quello il cerimoniale da seguire: a quelli che arrivavano bisognava dare del signore o della signora, qualunque fosse il loro censo o grado sociale.
Così la volta successiva accolsi la persona con un professionale “mamma, c’è un signore contadino”: il protocollo era rispettato.

Tra i tanti lavori che faceva babbo, c’era quello di mettere le pompe dentro i pozzi. Credo tutti sappiate come l’acqua da un pozzo difficilmente riesca ad uscire senza un aiutino. In altri tempi le pompe erano manuali; con la modernità, motori elettrici posti ad una certa profondità spingono l’acqua fino ai rubinetti.
Capitava per svariati motivi che si dovesse intervenire. La pompa non “pescava” più, ovvero l’acqua nel pozzo era calata troppo; il filtro si era intasato; il tubo chissà per quale motivo si era staccato. Bisognava farsi calare dentro al pozzo e intervenire. All’uopo mio padre aveva adattato un sedile di altalena, che veniva legato ad una fune; la fune affidata a due-tre uomini nerboruti, che provvedevano alle manovre di discesa e risalita. Non posso dire che mio padre fosse sempre sereno durante l’operazione. Tra l’altro una volta gli era cascato dentro il portafoglio.
Una volta andammo nel pozzo di un amico, Mario, un uomo sempre sorridente. Fiducioso della vita, direi, e anche dei propri mezzi. Forse troppo, tant’è che si presentò solo con un altro compare, per di più non troppo piazzato. Io avrò avuto 16 anni; contò anche me nel numero dei lavoranti. Ragazzi, quanto ho tirato.

Ebbi altri momenti di brivido come suo assistente. Come quando in barba a tutte le regole di sicurezza sul lavoro ed anche alle regole della fisica mi portava su un tetto, strisciava fino alla grondaia legato in vita da una corda, all’altro capo della quale c’ero io che avrei dovuto tenerlo in caso di caduta. La mia strategia era quella di far passare la corda dietro un comignolo, sperando che non cedesse. Fortuna volle, e qualche Santo protettore, che come reggitore di padri non dovessi mai esibirmi.

La campagna ha dei grossi meriti. Il più grande, quello di fornire roba da mangiare. La seconda, roba da bere. Ora la campagna viene usata anche per produrre energia elettrica, con la quale deficienti come me tengono acceso il PC per scrivere stupidaggini. Assurdo.
Tornando al bere, non si potrà negare che uno dei prodotti migliori sia il vino cotto.
Piccola lezione di enologia for dummies: la terra non produce direttamente il vino, ma l’uva. L’uva viene raccolta e pigiata e si ottiene il mosto. Il mosto viene posto in calderoni di rame e fatto bollire finché non ne evapora un terzo. Quindi si mette in botte e si lascia invecchiare. La gradazione è quella di un marsala, per capirci (o almeno, tra bevitori di marsala di capiremo). Ha delle proprietà fenomenali, a tutto campo.

Un anziano del paese, Primuccio, amico di mio padre, soleva farsene una tazza calda tutte le sere prima di andare a letto. E’ campato in buona salute fino a 99 anni. Poi purtroppo, poverino, ha finito il vino.
Se volete, quando vado al paese, ve ne porto un fiasco.

(15. continua)

nino ferrer

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...