Dammi il tuo amore, non chiedermi niente

Un consiglio a chi ne fosse tentato: non crediate di riuscire a fiaccare la resistenza di qualche ragazza tedesca a qualche vostro  approccio, pur legittimo, con qualche pinta di birra. Tempo sprecato, non sopravvalutate le vostre forze.

Da noi non si usava andare in ferie. Non ce n’era la necessità ne tantomeno la possibilità; la cosa non ci pesava, avendo a disposizione tutta l’estate per fare quello che ci pareva.
Le occasioni per uscire di casa erano: da piccoli, come ho accennato, le colonie; da ragazzi, i campi estivi con l’oratorio.

La prima volta che partii quindi per una vera vacanza ero già grande. Con la 127 di un amico del nostro batterista Sergio, partimmo alla volta di Lignano Sabbiadoro dove Giancarlo, lungi ancora dal diventare regista, stava svolgendo servizio come pompiere (vigile del fuoco, intendo). Antonina lo aveva raggiunto da qualche settimana in campeggio, dunque eravamo già un bel pezzetto di orchestra.

Il campeggio era ben attrezzato; tra le altre cose c’era un tavolo da ping-pong (rieccolo) dove ci trovavamo la sera, prima delle penne all’arrabbiata di Antonina. Subito ci adocchiò una coppia di ragazzine, due sorelle, abbastanza critiche sulla nostra tecnica di gioco. La loro missione divenne quella di istruirci con l’esempio: guardate e imparate.
Cercammo di superare la barriera linguistica ricorrendo alle canzoni: iniziammo con Deutschland Deutschland uber alles, ma ci mettemmo poco a capire che l’inno nazionale tedesco (tra l’altro della sola Germania Ovest) pur eseguito con perizia difficilmente avrebbe fatto breccia nei loro cuori: anche perché si trattava di austriache, e l’Anschluss del 1938 era ampiamente superato.
Non so chi ebbe il colpo di genio di attaccare “Tu sei l’unica donna per me” di Alan Sorrenti. Il motivo era in voga anche oltr’Alpe, ed ebbe senz’altro successo. La giovane Heidi apprezzò; anche troppo se è vero che ogni volta che ci incontrava richiedeva un bis. Quando tutto si avviava quindi verso una felice commistione di popoli, la nostra vacanza finì.
Ebbi la balorda idea di andare a tagliarmi i capelli; il barbiere vedendomi ben abbronzato mi scambiò per il rampollo di qualche sceicco arabo, e mi fece oggetto di una rapina a mano armata (di forbici). Soldi finiti, vacanza finita. Ciao Heidi.

Pochi mesi dopo ero in servizio come ufficiale di complemento presso la Caserma “Giulio Cesare” di Rimini. Capitò un’emergenza che richiedeva un alto spirito di corpo e sacrificio: il pari grado Fausto, compagno di corso, avendo incautamente dato appuntamento a due ragazze contemporaneamente e non godendo del dono dell’ubiquità, chiese a due camerati fidati e disinteressati di tener compagnia alla sua amica. Così io e il commilitone Michele ci attivammo, e con la 1100 bianca che avevamo comprato da un parente di un sergente ci recammo all’appuntamento. Li trovammo la vittima, che chiamerò Soggetto A, ed una amica, Soggetto B.
Soggetto A si dimostrò piuttosto sorpresa di trovare, al posto del pilota dell’Alitalia per cui si era spacciato il nostro Fausto, due soldati della contraerea, per quanto ufficiali. Soggetto B, più pragmatica, concordò con noi che visto che ormai si era lì, tanto valeva andare a cena.

Chi da questo punto in poi si aspettasse particolari piccanti rimarrebbe deluso. Primo, perché anche se ci fossero stati ne manterrei uno stretto riserbo. Il gentiluomo gode e tace, come non mancava di ammonire anni dopo il mio direttore, ex ingegnere Ibm. Secondo, perché non successe molto.

Le vedemmo massacrare due piatti di spaghetti al ragù con coltello e cucchiaio (non erano leggende quelle che giravano sulle crudeltà dei tedeschi). E bere birra, tanta. Intuimmo troppo tardi la loro tattica dilatoria. Una rimaneva al tavolo a fare il pieno, l’altra andava in bagno a svuotare, e così via.
Il fattore tempo a quel punto era contro di noi. A mezzanotte la nostra carrozza si trasformava in zucca, come capirà chi è pratico di contrappelli.

Dei due, il più motivato era senz’altro Michele. Verso la fine della serata, pose categoricamente alle teutoniche un aut-aut. L’ultimatum, come prevedibile, venne rigettato.
Ammettendo la sconfitta, quindi, ci ritirammo in buon ordine. Ricordo confusamente la vista, dallo specchietto retrovisore della 1100 vuota, di due ragazze che sbracciandosi salutavano in un italiano stentato.
Bronzi, o teste di mazzo, qualcosa del genere.

(13. continua)

alan-sorrenti-tu-sei-l-unica-donna-per-me

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