Sassofono e ping pong

A Parma il ping pong è uno sport rischioso. Questo ho imparato, per fortuna non a mie spese.
Mi ero trasferito da qualche mese, e avevo fatto amicizia con tutti i colleghi della società di software che mi aveva ingaggiato; avevo ventiquattro anni, nel pieno della forma fisica e delle facoltà mentali (dopo inizia il declino, a mio parere), il lavoro mi piaceva molto, eravamo un gruppetto davvero ben affiatato. Avevamo tutti più o meno la stessa età, a parte i soci titolari, e spesso ci trovavamo per giocare a pallone o farci una suonata (il sassofono mi aveva seguìto). Grazie a loro imparai che il salame di Felino non è fatto con il gatto, e che guai a dire che il prosciutto di S.Daniele è più buono di quello di Parma.

Un giorno, dopo aver suonato con la banda Giuseppe Verdi di Parma (mi sentivo a casa…) andai a mangiare in trattoria. Dopo un po’ una tavolata di tedeschi, abbastanza alticci, notando il mio sax mi chiese di suonare qualcosa. Ora, chi mi conosce sa che non amo esibirmi. Almeno gratis. Ma, di fronte all’insistenza, dovetti improvvisare lì per lì una versione discutibile di “Lola”, il famoso charleston. Applausi e brindisi, fielen danke maestro. Poco dopo, sentendo che avevo spiccicato qualche parola di inglese, l’ostessa (gran bella donna) mi chiede se gentilmente potessi farle da interprete. Come no, son qui per questo. Si trattava di convincere i succitati alemanni che a Parma non si può chiedere il prosciutto di S.Daniele senza temere ritorsioni. L’ostessa, per altri versi donna amabile, su questo non transigeva: se insistono, i crucchi li butto fuori.
Insomma, dovetti impegnarmi al massimo per ricomporre questo incidente diplomatico: solo dopo una cover indecente di “Marina” e qualche ulteriore brindisi riuscii a convincere gli amici che se volevano arrivare incolumi al dolce avrebbero dovuto aggiornare le proprie nozioni di geografia, nonché di salumeria.

Ma non divaghiamo. Stavo dicendo del ping pong.
Una sera ci trovammo nella tavernetta di uno di questi compagni per giocare a ping pong. Non è che io sia un amante di questo sport (oddio, sport…) ma per passare una serata anche questo andava bene. Doveva venire anche la sua ragazza, ma all’ultimo momento dette forfait, ragazza studiosa.
Ad un certo punto, per colpa di una schiacciata un po’ troppo energica, la pallina si ruppe. Per me la partita poteva finire lì, ma il mio amico visto che la ragazza abitava lì vicino si offrì di andarne a prendere altre. Va bè, tanto noi avevamo tutto quello che serviva per l’attesa: malvasia e torta al limone.
Dopo un po’ tornò, con la pallina si, ma abbastanza rabbuiato. A spizzichi e bocconi, tra un set e l’altro, raccontò che la pallina non gliel’aveva consegnata la sua ragazza ma bensì la di lei mamma; la quale era molto meravigliata che la figlia non fosse con lui, dal momento che le aveva suonato al citofono per invitarla ad uscire.

Come potete immaginare, noi facemmo del nostro meglio per giustificare l’innocente bugia: probabilmente faceva del volontariato in incognito, o frequentava dei gruppi di lettura biblica, o assisteva caritatevolmente dei bisognosi.
A smentirci, però, il giorno dopo la sventatella disse di aver inventato una balla con la sua mamma per andare al cinema con una sua amica, tanto triste per la perdita del moroso; interrogata con delicatezza, l’amica confermò l’alibi.

Al sabato mattina io e il mio amico Vincenzo, parmigiano doc, andavamo a correre sui bastioni della Cittadella. Una cosa che mi è sempre piaciuta di Parma sono questi bellissimi spazi verdi pubblici per fare sport all’aria aperta. Dopo un paio di giri, mi sembra di cogliere dietro un cespuglio dei movimenti sospetti. Soprattutto, un ciuffo di capelli biondi sospetti. Confido quindi, ansimante, tali sospetti a Vincenzo. Al giro successivo, rallentiamo un po’ l’andatura.
No, non mi ero sbagliato. Caritatevole era caritatevole, non c’era dubbio. In quanto a donarsi agli altri, si donava eccome, con entusiasmo anche. Il nostro amico avrebbe potuto essere orgoglioso di lei.

Io e Vincenzo mantenemmo il più stretto riserbo sulla cosa. Lo rivelammo solo a un paio di segretarie. Che, pettegole, lo spifferarono ad un paio di commerciali. Che lo dissero ad un gruppetto di programmatori. Che lo riportarono a me e Vincenzo: noi, scandalizzati, ci rifiutammo di dar credito a queste calunnie.

Se si dovesse dar retta a tutte le chiacchiere, dove andremmo a finire, signora mia!

(10. continua)

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