Sliding doors (Genova per noi)

Ci sono delle scelte che cambiano la vita o quantomeno la indirizzano, anche se casualmente, in un verso o in un altro.
C’è un libro, “La storia fatta con i se”, dove si  fanno delle ipotesi su come sarebbe il mondo se, ad esempio, Hitler avesse vinto la guerra, o Napoleone non fosse stato sconfitto a Waterloo.

Ognuno si può divertire a elencare i punti che hanno determinato certe sue svolte; disegnare perfino le strutture che in programmazione sono dette if-then-else: se fai questo succederà questo, altrimenti quest’altro. Poiché gli umani fortunatamente non sono ancora dei robot (o almeno non tutti), le scelte fatte non portano sempre dove uno si prefigge di andare.

Ogni scelta però determina una conseguenza; a patto ovviamente di avere la possibilità di scegliere.

Io, innanzitutto, avevo potuto scegliere di continuare a studiare dopo le medie. Non era scontato, a 14 anni si poteva andare a lavorare. I miei hanno sempre creduto nel valore dell’istruzione. Non per saperne più degli altri e far pagare a caro prezzo le proprie competenze. Ma per contribuire al progresso e al benessere di tutti. Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni. (Atti degli Apostoli 4, 35 o, se preferite, Carlo Marx).

Scelsi di fare informatica. Un po’ perché di diventare geometra o ragioniere non ne avevo voglia; e un po’ perché mi piaceva fare il pioniere. Alle medie, la mia classe era stata la prima sezione di inglese della scuola. Mitica Terza C, ve ne parlerò. E alle superiori, l’Istituto Tecnico Industriale Statale di San Severino Marche aveva appena aperto la sezione di informatica.

In classe c’era un certo Trozzo, ripetente, che aveva velleità di porsi alla testa dei lavoratori per liberarli dallo sfruttamento del capitalismo. Nulla in contrario, per carità; solo che io pensavo che per mettersi alla testa dei lavoratori bisognasse avere almeno una vaga idea di cosa significasse lavorare, cosa che il Trozzo ignorava. Inoltre mi sembrava improbabile che un ripetente, anche se di Lotta Continua, avesse diciamo il carisma per essere seguito dalle masse.

Per convincerci, venivano organizzate delle grandi assemblee. Con grande partecipazione democratica, obbligatoria. L’orario scelto di solito erano le ultime due ore di lezione; in questo modo chi poteva cercava di sgattaiolare e prendere il treno per casa. Io ci provavo, ma venivo regolarmente acciuffato. Per il mio bene, ovviamente, per potermi formare una coscienza politica. La mia coscienza invece mi diceva che i miei non si facevano il mazzo tutti i giorni per farmi andare alle assemblee dei vari Trozzo e che avrei servito molto meglio gli interessi del popolo studiando piuttosto che cazzeggiando in eskimo (l’eskimo però ce l’avevo anch’io).
Così, nonostante l’amico organista liturgico Ivan sostenga il contrario, per colpa del compagno Trozzo non divenni comunista.

Finite le superiori, non sapendo bene cosa fare, mi iscrissi all’Università. Ero un po’ confuso;  indeciso se partire subito per il militare in modo da poter iniziare a lavorare al più presto, oppure continuare gli studi. Non volevo pesare sui miei, che già faticavano abbastanza; d’altra parte però la tentazione di provarci c’era. C’erano tanti somari, non avrei certo sfigurato. Trozzo c’era, sa va sans dire. Scienze Politiche: poi tante cose si spiegano.

Insomma, in preda a tutti questi dubbi, e confidando sulla borsa di studio, mi iscrissi a Macerata, a Lingue e Letteratura straniera.

Un amico di mio padre aveva una scuola di lingue a Genova; forse quello fu uno dei motivi inconsci che mi spinse. Io ero perito capotecnico in informatica, quindi per essere coerente avrei dovuto continuare con qualche facoltà tecnica; ma a Macerata c’erano solo facoltà umanistiche, e non era il caso di pensare ad allontanarsi.

Assistetti a due lezioni. Una di glottologia, l’altra di letteratura inglese. Alla terza, non trovai l’aula. Mi persi, letteralmente, nei meandri dell’università. Cosa per niente strana, il mio senso dell’orientamento è uguale a zero. Decisi che non faceva per me, annullai la domanda di rinvio del militare e feci invece domanda per il corso ufficiali.

Se avessi trovato quell’aula, magari oggi sarei a Genova, chissà.

(9. continua)

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