La campanella

Cascasse il mondo, il primo ottobre iniziava la scuola. Lo stesso giorno in tutta Italia, mica come adesso che ognuno fa come gli pare.
Indossavamo un grembiule nero, con colletto bianco; la divisa era impreziosita da un fiocco, blu per i maschi e rosa per le femmine. Non erano previste confusioni nell’identità di genere. O blu, o rosa.

Il primo giorno qualcuno ci accompagnava a scuola. Poi basta. Una volta imparata la strada, si prendeva la cartellina e si andava. Gli zainetti non esistevano, mica si doveva andare in montagna.

Mia sorella e mio fratello minore, essendo nati a 5 e 10 anni di distanza da me, hanno avuto la mia stessa maestra, Bianca.
In casi come questi, i fratelli minori sono sempre oggetto di antipatici confronti. Se i maggiori sono somari, la strada è in discesa. Ma se sono bravi, devono faticare parecchio per superare quel “si, ma tuo fratello…”. Io ero bravo.

Mio fratello lo accompagnai io il primo giorno. Tutto bene, senonché dopo una mezz’oretta il bidello venne a chiamarmi a casa. Il piccolo si rifiutava di entrare in classe e, seduto sulla rampa delle scale, con mio grande imbarazzo omaggiava la maestra con epiteti irriferibili. Riuscii a calmarlo, e passai tutta la mattina in classe con lui. Come biglietto da visita, non era male.

La maestra era sposata con un altro maestro, e per po’ di anni credetti che le maestre potessero sposare solo altri maestri. Rimasi molto confuso quando scoprii che un’altra maestra aveva sposato un ebanista. Strano, pensai, magari prima era maestro.

In classe c’era Antonello, mio grande amico nonché cofondatore dell’R7, il figlio della maestra. Assolutamente non soggetto a favoritismi, comunque. Qualche anno dopo, in una delle prime serate con l’orchestra, augurò la buona sera al pubblico con la frase “Ballate questa raspa, potrebbe essere l’ultima”. Non ci hanno più chiamato, forse per scaramanzia.

I primi giorni passavano a riempire le pagine di aste. Solo dopo si iniziava con le lettere. Ora i bambini vanno a scuola già “imparati”. Che fretta c’è, se poi passano ore con i videogiochi. Boh.

I metodi educativi erano rigososi, ma spicci. Le punizioni corporali erano ormai state abolite; tuttavia non si disdegnava, per qualche caso particolare, qualche inginocchiatina sui palmi delle mani o qualche legatina al banco. I genitori non erano indulgenti come adesso. Se te le meritavi, te ne davano in sovrappiù.

A proposito di teppe, in terza avvenne che qualcuno entrò in classe e distrusse i personaggi del presepio che avevamo costruito col pongo. Si trattava sicuramente più di scarso gradimento artistico che di intolleranza religiosa; la cerchia dei sospettati era ristretta.

Venne fatta un’indagine sommaria. Tutti gli alunni vennero fatti sfilare davanti ad un tavolo dove erano seduti ben tre maestri; ciascuno doveva appoggiare il palmo della mano destra su un foglio, dove ci fu detto che il colpevole e solo lui avrebbe lasciato la propria impronta.
Io avevo la coscienza tranquilla, ma mi sembrava comunque un metodo un po’ troppo empirico e non privo di possibilità di errore giudiziario. Alla fine, ci crediate o no, i colpevoli vennero trovati. Il giorno dopo i genitori vennero convocati in classe.

Al giorno d’oggi una scena del genere sarebbe inimmaginabile, e non so quanto sia un bene. Allora la trovai altamente educativa. La madre di uno dei colpevoli, senza sentire nessuna ragione, lo prese a schiaffi lì, nel banco dov’era seduto, davanti a tutti. Ad ogni schiaffo il poverino cercava di alzarsi per scappare e la madre, un donnone, lo rimetteva seduto per ridargliene ancora. Solo dopo avergliene appioppato un congruo numero se ne andò, promettendogli il resto non appena fosse tornato a casa.
Credo che anche al mio amico la lezione sia servita. Divenne un poliziotto, ed un buon poliziotto.

Poi, allora come oggi, suonava la campanella, si sciamava più o meno ordinatamente fuori, e si tornava a casa.

(8. continua)

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