La chitarra di legno

Dalla terza alla quinta elementare si andava in colonia. Un mese di esilio, lontano dagli amici e dalla famiglia. Ora le colonie sono una barzelletta. Si parte al mattino col pullman, e si torna la sera. Smidollati.

Allora si partiva e si stava via un mese intero. Il bagaglio era costituito da una federa di guanciale riempita di quello che serviva: mutandine, calzini, magliette, pantaloncini, cappellino. C’era un elenco ben preciso da rispettare: tot mutande, tot calzini, niente di superfluo. Una maglia pesante, non si sa mai. E occorrente per lavarsi. Su ogni capo veniva cucito il nome per non mischiarlo con gli altri.

La colonia era ad una quarantina di chilometri dal mio paese, a Porto Potenza Picena. Un altro mondo.
Era gestita dalle suore, che si avvalevano di signorine incaricate di far rispettare l’ordine. Chi sgarrava, se la vedeva con la superiora.

Le colonie non erano una villeggiatura. Erano una cura. Servivano a chi non aveva le possibilità (quasi tutti) di godere dei benefici del mare o della montagna. Chi era un po’ gracilino andava al mare; chi aveva dei problemi con i polmoni, in montagna. Tutto gratuito.
I genitori di allora erano più attrezzati di noi per fare quel mestiere. Ora tutti i bambini partirebbero con il cellulare in tasca. In qualche modo soprannaturale, invece, loro riuscivano a sapere quello che facevamo. Mia madre aveva un uccellino che la informava, sapeva benissimo quando stavo male o quando ero triste. Io a quell’uccellino ci credo ancora.

Giornate scandite da orari rigorosi: colazione, mare, merendina, bagno, pranzo, riposino. Mare, merendina, gioco, doccia, messa, cena. A letto molto presto. Niente televisione.
Quello che non sopportavo era il riposo pomeridiano. Obbligatorio. Non essendo abituato, rimanevo sveglio tutto il tempo a guardare il soffitto e contare i buchi delle tapparelle (per me che avevo le persiane alle finestre erano una grande novità) da cui filtrava il sole. Eravamo in grandi camerate, e la signorina dormiva con noi, separata da una tenda. Per andare in bagno bisognava chiederle il permesso; ma siccome lei si addormentava, il permesso era negato. Chi non ce la faceva a tenerla, si arrangiava. Io mi arrangiai due o tre volte.

Nel programma, c’era anche la preparazione di uno spettacolino da tenersi davanti ai genitori, a chiusura del mese.
Canzoncine, scenette, balletto. Nella variopinta coreografia, due venivano scelti per imbracciare una chitarra finta, di legno, mentre cantavano “Cuore matto” di Little Tony. Non per vantarmi, ma Cuore Matto la cantavo bene. Nella mia classe, a Pollenza, mi batteva solo un certo Fiorani, un fuoriclasse.
Così, non essendoci Fiorani nei paraggi, pensavo che la chitarra mi spettasse di diritto.

Macché. All’ultimo momento mi venne scippata, e sostituita con una racchetta da tennis.
Ora, tutti sanno che ad un bambino orgoglioso non puoi sostituire impunemente una chitarra, sia pur di legno, con una racchetta da tennis. E’ ovvio che questo bambino orgoglioso si rifiuti di cantare Cuore Matto con una racchetta da tennis in mano. E che odi il tennis per tutto il resto della vita.

A Porto Potenza Picena sono tornato, qualche anno dopo, a suonare con l’orchestrina. Un’estate intera, in un locale all’aperto che si chiamava “Peretos” (nome esotico che sta per: “dove c’era il campo di pere”). Vicino ad un ponte di dubbia fama, sede di lavoro di stimate professioniste.
E ancora quando, sempre con l’orchestrina, abbiamo incontrato “Ciccio ‘e Napule” che ci voleva portare in tournée con un suo spettacolo. Musica napoletana, roba forte. Dividendo i guadagni possibili (ma anticipando le spese certe). Ma anche questa è un’altra storia.

(5. continua)

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