La chitarrina rossa

A dieci anni mi regalarono una chitarra. Di quelle giocattolo, Bontempi forse, ma fatta bene. Sembrava proprio una chitarrina elettrica. Rossa.

I regali si ricevevano solo in occasioni speciali, e con parsimonia: Natale, Comunione, Cresima. Ah, c’era anche la Befana: retaggio della Befana fascista, tutti i bambini che compivano sei anni venivano adunati in teatro, e il sindaco in persona o chi ne faceva le veci consegnava i regali, dopo pistolotto di prammatica. A Natale i regali li facevano solo i genitori. Per anni ho aspettato da Gesù Bambino una pistola, ed arrivava il libro (in edizione integrale, però). Non mi spiegavo bene, evidentemente. Una volta che arrivò un fucile, lo smontai per rendere più leggero il grilletto, e persi la molla. Il fucile confiscato finì sopra l’armadio, e non lo vidi più. Verne, Dumas, Salgari… tutti li ho letti, e quante volte. E se tra le migliaia di libri che possiedo ora dovessi scegliere quali tenere, terrei Verne, Dumas e Salgari.

Con le armi però mi rimase un conto aperto, tanto che per saldarlo feci la leva come ufficiale. Di artiglieria, altro che pistole.

Quella chitarra la conservai religiosamente per tanti anni. Una volta le cose duravano. Ancora adesso quando compro un abito nuovo non lo uso per non sciuparlo. Mi rendo conto che se facessero tutti come me, i negozi fallirebbero tutti.

Una volta a me e al mio amico fraterno Stelvio, che abitava sotto di noi, nella casa in pieno centro storico dove siamo stati finché, nati nel frattempo mia sorella e mio fratello, non ci hanno assegnato una casa popolare, regalarono una scatola di costruzioni ciascuno. Legno, non Lego, che allora non esistevano. Dopo un paio d’anni persi un pezzo. Quel posto vuoto mi tormenta ancora. Le cose, come gli affetti, si possono perdere: per incuria, per sbadataggine, disattenzione. Invece sono sicuro che Stelvio, da qualche parte, la sua scatola ce l’ha ancora, tutta intera.
Una cosa buffa, di me e Stelvio, è che io sono maggiore di un mese. Anche sua sorella minore è più piccola di un mese (si sbaglia di un mese, si dice da noi) di mio fratello. Le camere da letto erano una sopra l’altra. E le travi non erano solidissime. Così, per imitazione, avvenivano i concepimenti.

Quando decidemmo di creare la nostra orchestrina, visto che suonavamo tutti strumenti a fiato qualcuno doveva adattarsi ad imparare qualcosa di nuovo. Ci volevano, come minimo, basso, chitarra e batteria. Per me la scelta fu facile: chitarra. Quella rossa purtroppo non andava bene. Così acquistai una chitarra acustica, e andai a scuola per impararla. A Macerata, naturalmente.

Il primo anno, mi iscrissi ad un corso che non usava la musica. Usava i numeri. Come le diteggiature attuali, per chi strimpella un po’. A me sembrava un’eresia. Io leggevo benissimo la musica, e questo mi faceva suonare con i numeri. La sigla del Pinocchio di Comencini, suonata con i numeri. No, no, non faceva per me. Dopo tre mesi, salutai.

Il solito venditore di strumenti mi presentò così un vero maestro di chitarra. Un fabbro, anche lui. Non so come facesse con quelle dita a non prendere tre corde alla volta, ma era un mostro. Mi insegnò accordi, diteggiature, ritmi, finché dopo un paio d’anni mi disse: “O Giò, e mò basta. Quello che te putìo ‘mparà, te l’ò ‘mparato. Adesso và, e sòna!”. Grande maestro. A distanza di anni, un istruttore di scuola guida a Parma mi disse le stesse cose: “Adesso basta. Vai e guida, e non farti vedere più”.

La chitarra ce l’ho ancora. Non quella rossa, ma quella della scuola, rattoppata, piena di bozze, ce l’ho ancora. Quella che suonavo quando conobbi mia moglie… ma questa è un’altra storia.

(4. continua)

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